La strana azienda del babbo che arruolava clandestini

La "Arturo" di Tiziano Renzi finì nei guai per gli immigrati-strilloni. Tra gli stranieri un futuro uxoricida e uno sfruttatore di prostitute

La strana azienda del babbo che arruolava clandestini

Al centro di tutto c'è una srl, la Arturo, che Tiziano Renzi fonda nel 2003 restandone socio al 90 per cento, con il restante 10 per cento delle quote in mano alla sorella, Tiziana. La società apre una sede a Genova, dove deve occuparsi della distribuzione del Secolo XIX , in subappalto proprio dalla Chil, altra società di famiglia dei Renzi fino al 2010, al centro dell'inchiesta genovese. E a inizio 2007 la Arturo assume, come strilloni, un gruppo di stranieri. Tutto bene, tutto in regola? Mica tanto. Gli extracomunitari devono lavorare da mezzanotte alle sei del mattino, tutti i giorni, per 28 euro al giorno. E senza rimborsi spese per l'uso del mezzo proprio. Così la notte del 12 aprile del 2007 molti dei dipendenti della Arturo mettono in scena una protesta, bloccando l'attività e chiedendo di essere «messi in regola». Qualcuno, però, chiama le forze dell'ordine. Che arrivano per sedare una lite, ma in realtà scoprono che «tra gli scioperanti, tutti stranieri, vi erano alcuni non in regola con il permesso di soggiorno».

I guai, però, non li passa Renzi. Che, appena un mese prima, con fortunato tempismo, ha lasciato la carica di amministratore unico a un suo vecchio conoscente, il fotografo e regista Pier Giovanni Spiteri. Che per il suo ruolo si becca la denuncia per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. Gli stranieri irregolari, invece, finiscono in questura per l'identificazione. A verbale resta l'elenco dei loro nomi. Tra gli «strilloni» dell'azienda di Renzi Senior c'era anche il nigeriano Talatu Akhadelor, che un anno più tardi ammazzò la compagna colpendola con un tagliere e poi soffocandola. E nell'elenco di dipendenti «clandestini» stilato quella notte spicca anche il nome di Saturday Osawe, che ha poi cambiato mestiere finendo condannato, nel 2010, per riduzione in schiavitù finalizzata allo sfruttamento della prostituzione.

Un terzo nome di quella lista è finito anni dopo sui giornali, ma per un altra storia. Si tratta di Evans Omoigui, che nel 2013, dopo aver vinto la causa di lavoro con la Arturo, non essendo stato saldato dall'azienda - che nel frattempo era stata cancellata - si era arrampicato su una gru minacciando di uccidersi. A rileggere la sua storia, si scopre tra l'altro che proprio all'indomani della protesta, finita con l'arrivo della polizia e con la denuncia della società per aver assunto clandestini, l'uomo, insieme ad altri colleghi, era stato licenziato de facto , trovando i cancelli della Arturo chiusi. Nelle deposizioni di fronte al giudice, sia Evans che altri colleghi sostengono che la polizia era stata chiamata «dai responsabili» dell'azienda, dopo che i lavoranti avevano chiesto un aumento.

Ed Evans durante il processo ha spiegato al giudice di aver chiesto lumi al suo supervisore, Adeniji Taoreed, che gli avrebbe risposto così: «Mi disse che non poteva più farmi lavorare. E che per chiarimenti dovevo rivolgermi al signor Tiziano Renzi, di Firenze».

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