Gentile Direttore Feltri,
ho letto la notizia del giovane che, davanti alla scena di un incidente mortale, invece di prestare soccorso o restare in silenzio, ha pensato di girare un video e di commentarlo ridendo. Come siamo arrivati al punto che, di fronte alla morte di una ragazza, qualcuno senta il bisogno di trasformare tutto in contenuto da condividere? Possibile che l'istinto di apparire abbia ormai preso il posto dell'istinto di aiutare?
Giorgia Moro
Cara Giorgia,
la tua domanda contiene una verità amara. Non mi interessa infierire su quel ragazzo. Non conosco il suo cuore, non conosco la sua storia, non so se abbia agito per stupidità, per immaturità, per shock o per una combinazione di tutte queste cose. Saranno altri a giudicarlo. A me interessa il fenomeno che questo episodio rappresenta. Ciò che mi ha colpito non è soltanto il video. È il fatto che qualcuno abbia ritenuto naturale registrarlo.
Una ragazza di ventitré anni ha appena perso la vita. Un'altra è gravemente ferita. Sofferente. Per qualunque essere umano dotato di una sensibilità normale, quella dovrebbe essere una situazione capace di generare sgomento, paura, silenzio. Dovrebbe scattare un impulso ancestrale: soccorrere, chiamare aiuto, cercare di capire cosa sia successo. Oppure, semplicemente, restare immobili e muti davanti alla tragedia e all'orrore. Invece sempre più spesso assistiamo a un fenomeno diverso. Accade un fatto drammatico e la prima reazione non è vivere quell'evento. È riprenderlo.
Non osserviamo più la realtà. La filmiamo. Non partecipiamo più agli eventi. Li documentiamo.
Non soccorriamo. Registriamo. È come se tra noi e il mondo si fosse inserito uno schermo.
Il problema non sono i telefoni cellulari. I telefoni sono oggetti. Il problema è l'uso che ne facciamo. E soprattutto l'idea, sempre più diffusa, che qualunque esperienza abbia valore soltanto se può essere mostrata agli altri.
Un tempo, davanti a un incidente, una persona correva a prestare aiuto oppure si allontanava sconvolta. Oggi c'è chi estrae il telefono dalla tasca. È un gesto automatico, quasi riflesso. Talmente automatico da non essere più percepito come anomalo. Ed è questo che dovrebbe preoccuparci. L'essere umano possiede alcuni istinti fondamentali. Uno è l'istinto di conservazione. Un altro è l'istinto di protezione verso chi si trova in pericolo. Persino chi non interviene materialmente prova spesso paura, allarme, compassione. Sono reazioni naturali. Ma quando la smania di apparire, di condividere, di pubblicare e di ottenere attenzione diventa dominante, questi meccanismi rischiano di essere soffocati.
Non annientati del tutto, ma messi in secondo piano. Prima il video. Poi il resto. Prima il contenuto. Poi la coscienza. Prima i social. Poi la realtà.
È una deformazione culturale che non riguarda soltanto i giovani. Coinvolge anche gli adulti. Basta osservare ciò che accade ogni giorno: persone che filmano aggressioni, incidenti, risse, malori, anziché intervenire o chiamare aiuto. Siamo diventati spettatori permanenti della vita altrui. La tragedia è che, a forza di osservare tutto attraverso uno schermo, rischiamo di perdere il senso della proporzione. La morte diventa un video. La sofferenza diventa un contenuto. Il dolore diventa materiale da pubblicare. Naturalmente non credo che siamo tutti condannati a questa deriva. Continuo a vedere persone che si fermano, aiutano, soccorrono, rischiano persino la propria incolumità per salvare uno sconosciuto. Per fortuna esistono ancora. E sono molte più di quanto si creda. Ma episodi come questo ci ricordano che qualcosa si è incrinato. Abbiamo insegnato ai ragazzi a usare gli smartphone. Forse abbiamo dimenticato di insegnare loro quando metterli via. Perché ci sono momenti nella vita in cui non bisogna fotografare. Bisogna guardare.
E ci sono momenti in cui non bisogna pubblicare. Bisogna tacere. Davanti alla morte di una giovane donna, il silenzio sarebbe stato infinitamente più umano di qualunque video. E chiedere scusa dopo, ecco, non serve proprio a niente.