Gentile Direttore Feltri, abito a Milano e, negli ultimi anni, mi capita sempre più spesso di vedere donne completamente velate e perfino bambine che indossano il velo. Ho letto che il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara ha proposto di vietare il burqa e il velo integrale a scuola, ma la sinistra ha criticato questa iniziativa definendola una «deriva punitiva». Francamente non riesco a comprendere questa posizione. Lei che cosa ne pensa?
Laura Bianchi
Cara Laura, ogni volta che la sinistra resta senza argomenti, tira fuori una parola magica. Stavolta la parola è «punitivo». Basta pronunciarla e qualsiasi provvedimento diventa improvvisamente cattivo, liberticida, quasi autoritario. Peccato che la realtà sia molto meno ideologica e molto più concreta.
Il ministro Valditara propone di vietare il burqa e il velo integrale nelle scuole. Non nelle case. Non nei luoghi di culto. Nelle scuole, che sono istituzioni della Repubblica e luoghi nei quali lo Stato ha il dovere di garantire uguaglianza, riconoscibilità reciproca e tutela dei minori.
Mi sembra una proposta che può essere discussa nel merito, ma liquidarla come una «deriva punitiva» significa, ancora una volta, evitare il vero problema.
Chi decide davvero che una bambina di otto, nove o dieci anni debba coprirsi? Qualcuno pensa seriamente che quella sia una scelta libera? Le bambine non scelgono la religione nella quale vengono educate, non scelgono le regole della famiglia e, nella maggior parte dei casi, non scelgono neppure l’abbigliamento. Sono gli adulti a decidere per loro.
E allora la scuola deve limitarsi ad assistere in silenzio? Io credo di no. Io continuo a pensare che l’integrazione implichi qualcosa di molto semplice. Chi sceglie di vivere in Italia porta con sé la propria cultura, le proprie tradizioni, la propria fede. Ma accetta anche che esistano principi fondamentali non negoziabili. Tra questi vi è la pari dignità tra uomo e donna. Non vedo alcuna forma di razzismo nell’affermare questo principio. Lo considererei, piuttosto, un dovere di uno Stato democratico.
Per questo trovo singolare che chi si definisce progressista finisca spesso per essere inflessibile con le tradizioni occidentali e sorprendentemente indulgente verso pratiche che, se fossero nate in Europa, verrebbero probabilmente denunciate come patriarcali.
