Il 18 maggio, giorno dell’Ingiustizia

Proposta una ricorrenza dedicata ai martiri dei giudici. Molti illustri firmatari

Il 18 maggio ha segnato il diciottesimo anniversario della morte di Enzo Tortora. Per ricordarlo Mauro Mellini, che fu a lungo deputato radicale e fu anche membro del Consiglio superiore della magistratura, ha lanciato a nome dei Riformatori liberali-radicali per la libertà un appello per istituire una giornata nazionale in omaggio alle vittime dell’ingiustizia: «Una giornata in cui il pensiero vada a coloro che, per errore di uomini o per imperfezione e stravolgimento di istituzioni e di leggi, per devianze delle finalità che la giustizia deve perseguire, sono sacrificati e soffrono, lottando perché sia conosciuto il loro buon diritto ma invece, vinti e dimenticati, subiscono pene e umiliazioni che non hanno meritato». Una proposta che ha già raccolto illustri consensi e firmatari: i senatori Giulio Andreotti, Francesco Cossiga e Alfredo Biondi; i deputati Gaetano Pecorella e Stefania Craxi; i politici Clelio Darida e Benedetto Della Vedova; il giudice Corrado Carnevale; gli avvocati Mimmo Contestabile ed Ettore Randazzo.
Enzo Tortora fu arrestato alle quattro del mattino in un albergo di Roma il 17 giugno del 1983, fu trattenuto fino alle 11 in questura, il tempo necessario perché la notizia si diffondesse e si raccogliesse dinanzi al portone una torma di giornalisti, fotografi e teleoperatori, per poi trasferirlo ammanettato e fotografato al carcere di Regina Coeli. L’ordine di arresto per associazione a delinquere di stampo camorristico finalizzata al traffico di armi e di stupefacenti fu spiccato dalla procura di Napoli per le accuse partite da due «pentiti», Pasquale Barra e Giovanni Pandico. Pasquale Barra, detto 'o animale, è un feroce assassino, particolarmente famoso perché ha assassinato in carcere Francis Turatello, gli ha sventrato a calci il torace, gli ha strappato il cuore e se lo è mangiato. Giovanni Pandico, psicolabile e paranoico, entrato e uscito dai manicomi giudiziari, ha sparato al padre, ha avvelenato la madre, ha dato fuoco alla fidanzata, ha fatto una strage sul municipio del suo paese, ha sparato al sindaco e alle guardie, uccidendo gli impiegati che tardavano a consegnargli il certificato di nascita.
Sulla base delle dichiarazioni di questi due «pentiti», quel «venerdì nero» vennero spiccati 855 mandati di cattura e vennero arrestati, assieme a Tortora, 412 persone: 87 di costoro saranno scarcerati, perché sono stati arrestati per sbaglio, per «omonimia», si chiamavano come quelli indicati da Barra e da Pandico, ma non erano loro. Dopo sei mesi Tortora, che era stato trasferito nel carcere di Bergamo per ragioni di salute, viene trasportato in ambulanza a Napoli, dove nella caserma Pastrengo viene messo a confronto con due nuovi «pentiti», Gianni Melluso, detto «cha cha cha», che racconta di aver consegnato a Tortora pacchi di cocaina agli angoli delle strade di Milano, e Andrea Villa, che gli viene presentato con la testa coperta da un cappuccio nero e giura che Tortora a Milano andava a pranzo e a cena con Francis Turatello. Il 17 agosto 1984, più di un anno dopo l’arresto, Tortora viene rinviato a giudizio e nel frattempo i «pentiti» che lo accusano sono diventati prima 8, poi 12, poi 19. Il tribunale, presieduto dal giudice Luigi Sansone, condanna Tortora a dieci anni di reclusione. Il pm Diego Marmo nel corso della requisitoria finale lo definisce «un cinico mercante di morte».
Ancora un anno, e il 15 settembre 1986 Tortora che nel frattempo è stato eletto deputato europeo, ma si è dimesso per farsi processare, viene assolto con formula piena nel processo d’appello: nella sentenza di assoluzione viene rivelato che i pentiti che accusavano Tortora venivano trattenuti tutti insieme nella caserma Pastrengo e la notte le porte delle celle venivano lasciate aperte perché potessero riunirsi, bere e mangiare assieme e concordare le accuse. Assieme a Tortora vennero assolti 114 dei 191 rinviati a giudizio, che assieme agli 87 «omonimi» già liberati e ai 60 già assolti nel processo di primo grado fanno 260, più della metà di quelli arrestati nella famosa retata del «venerdì nero». Otto mesi dopo, il 18 maggio 1987, la Cassazione completerà l’opera, confermando l’assoluzione di Tortora e degli altri 131 imputati e annullando un altro po' di condanne. Ma un anno dopo Tortora morirà, stroncato dal tumore. In quelle orrende mura del carcere, dirà nell’ultima sua apparizione in televisione collegato dal suo letto nell’ospedale: «Mi hanno fatto esplodere una bomba atomica dentro... ». Nessun risarcimento alla famiglia, nessuno dei «pentiti» che l’hanno calunniato è stato incriminato (anzi è stata la figlia di Tortora, che aveva querelato il «pentito» Melluso, a essere condannata a pagare le spese), nessuno dei magistrati che l’hanno inquisito, processato e condannato ha pagato (anzi hanno fatto tutti una brillante carriera).
«Il caso Tortora - dice Mauro Mellini - è stato troppo facilmente dimenticato. E dopo la sua vicenda non è cambiato nulla, non solo nella carriera dei magistrati, ma anche nel codice penale. Non si è tratto nessun insegnamento dal caso Tortora. Al contrario, sono convinto che quella storia, una volta che si è messa in movimento e che si è sviluppata come si è sviluppata, ha rappresentato una sorta di prova tecnica di Mani pulite. È a Napoli con il caso Tortora che sono stati provati gli strumenti, i rapporti con l’opinione pubblica, la disponibilità della stampa e dei giornalisti, l’assenza totale di ogni senso critico in ordine alle dichiarazioni dei "pentiti", tutta una serie di cose che hanno dato ai magistrati un senso di onnipotenza nell’uso e nell’abuso dei mezzi che hanno nelle mani. L’unica reazione che allora ci fu, il referendum sulla responsabilità civile dei magistrati, proposto dai radicali e dai socialisti, e stravinto con più dell’80 per cento dei voti dei cittadini italiani, fu vanificato perché fu fatta una legge che in pratica ha blindato l’impunità dei magistrati. E i magistrati pretendono che nessuno si permetta di denunciare i loro errori, e i pochi giornalisti che si azzardano a farlo, vengono querelati e condannati dai colleghi di corporazione e di corrente dei querelanti. E la magistratura tende sempre più a dilatare la sua funzione e ad assoggettare le altre funzioni dello Stato... ».