180mila euro per notificare un’udienza al premier

I magistrati si difendono: «Lo prevede il codice»

Gianluigi Nuzzi

da Milano

A prima vista sembravano i soliti annunci di aste immobiliari. Del resto chi le aveva viste mai le quattro pagine centrali del Corriere della Sera, scritte fitte fitte con somme, articoli di codice, neretti, capitoletti, capiversi e quant’altro con lo stemma sovrano della Repubblica e imperante la scritta «Tribunale di Milano»? Mai. Invece, sempre di annuncio si tratta ma è quello di conclusione delle indagini preliminari, condotte dai pm Fabio De Pasquale e Alfredo Robledo, sulla compravendita compiuta da Fininvest e Mediaset dei diritti tv e cinematografici di società Usa per 470 milioni di euro. Per l’accusa sarebbe stata effettuata attraverso società offshore nel periodo 1994-1999. L’indagine appena conclusa vede come imputati Silvio Berlusconi, Fedele Confalonieri e una pattuglia di manager. Per avvisare tutte le possibili parti lese o danneggiate, il gup Fabio Paparella ha rispolverato un semi-dimenticato codicillo e strumento previsto dal legislatore: l’avviso a mezzo stampa. Detto fatto. Centottantamila d’assegno per il foglio di via Solferino e quattro intere pagine del primo quotidiano italiano sulle accuse al presidente del Consiglio.
La scelta è destinata a sollevare nuvole di polemiche. E Paparella deve intuirlo se già prima delle 10 di mattina sceglie l’Ansa per buttare acqua sul fuoco. «Si tratta di una notificazione - spiega il magistrato - per pubblici proclami, prevista dal codice di procedura penale». L’articolo 155 del codice di procedura penale prevede infatti che «quando per il numero dei destinatari o per l’impossibilità di identificarne alcuni, la notificazione nelle forme ordinarie alle persone offese risulti difficile, l’autorità giudiziaria può disporre, con decreto in calce all’atto da notificare, che la notificazione sia eseguita mediante pubblici annunzi...». Insomma, l’obiettivo previsto dal codice è quello di tutelare le persone offese ovvero i soci di un’azienda quotata in Borsa allo stato sono pressoché irrintracciabili nella loro totalità. «Tra le parti offese - spiega il Gup - ci sono i soci Mediaset per il periodo 1991-1999, soci che in quell’arco di tempo sono anche variati. La consultazione dei libri contabili da parte della Gdf per la loro individuazione sarebbe stata difficile e avrebbe richiesto molto tempo e, quindi, il procedimento sarebbe stato ritardato. A questo punto, presupponendo che i soci di Mediaset leggano un giornale come il Corriere della Sera, abbiamo scelto, d’accordo con il responsabile dell’ufficio del Gip e con la Procura, questa soluzione». Si accoda anche il pm Fabio De Pasquale: «Eravamo informati dell’iniziativa - spiega a il Giornale - che condividiamo visto che era di fatto quasi impossibile individuare tutti gli azionisti della società Mediaset tra il ’91 e il ’99, periodo nel quale si sarebbero consumati i reati oggetto del capo di imputazione». Sarà, ma l’iniziativa sembra l’ennesimo caso di notifica «a mezzo stampa», dopo il precedente del 1994, quando il premier Berlusconi ricevette via Corsera l’avviso di garanzia, prima ancora che dai carabinieri. La vicenda di ieri ha lasciato di sale moltissimi avvocati della cittadella giudiziaria milanese che ricordano pochi precedenti. Qualcosa di analogo venne fatto per Wanna Marchi e per qualche altro fallimento, ma si trattava di spazi diversi e di vicende processuali completamente diverse.
E poi, quanto è costata quest’iniziativa, legale ma di certo davvero rara e inusuale? L’ufficio preposto del Tribunale ha contattato circa due settimane fa l’ufficio delle inserzioni del Corriere avviando una vera e propria trattativa. Dopo qualche incontro si è arrivati alla somma di 150mila euro più Iva. In tutto, quindi, 180mila euro che pagheranno gli imputati in caso di condanna. Ma se andrà come in tutti gli altri processi che hanno riguardato Berlusconi, e quindi con un’assoluzione, a pagare sarà il ministero della Giustizia. E quindi tutti i cittadini.
gianluigi.nuzzi@ilgiornale.it