Sud Sudan, 200mila sfollati per gli scontri. Stallo nei colloqui di pace

Procedono a rilento i colloqui di pace ad Addis Abeba. Civili in fuga da Bentiu per timore di un'offensiva

Manifestanti filo-governativi per le strade di Juba

Nella capitale etiope di Addis Abeba procedono con lentezza le trattative per una risoluzione della crisi che da quattro settimane scuote il Sud Sudan, teatro di scontri tra le milizie che fanno capo all’ex vice-presidente Riek Machar e l’esercito regolare, affiancato a gruppi di etnia Dinka, che risponde al comando del presidente Salva Kiir.

Dopo essere stati rimandati più volte, i colloqui sono cominciati due giorni fa, tra la diffidenza reciproca. Il presidente Kiir accusa Machar, che già in passato aveva mostrato di volersi smarcare dalla leadership, di avere tentato un colpo di Stato. Una tesi che Machar continua a smentire, facendo una conditio sine qua non della liberazione di undici persone arrestate con l’accusa di avere tentato di deporre il governo.

La parte nord-orientale del Paese è nelle mani dei ribelli. Gli scontri, che interessano sette dei dieci Stati in cui il Sud Sudan è diviso, sono particolarmente intensi nella città di Bor, capitale dello Stato dello Jonglei, più volte presa e perduta dagli uomini di Machar. La città si trova al centro di un territorio in cui prevale l’etnia Nuer, di cui il leader ribelle è l’esponente più in vista.

Al centro del conflitto anche Malakal, capitale dello Stato del Nilo superiore e la città di Bentiu, nello Unity, dove si trovavano i pozzi petroliferi che da soli garantiscono una parte preponderante del Prodotto interno lordo nazionale. Qui si stanno concentrando le truppe governative, nel tentativo di riprendere il controllo di un bene strategico per il Paese.

Dall’inizio del conflitto, a metà dicembre, la produzione dei giacimenti è scesa da 1,5 milioni di barili a soli 150mila. A farne le spese soprattutto la Cina, primo acquirente dell’oro nero sud-sudanese, particolarmente interessata a una ricomposizione del conflitto. Gli oleodotti, che attraversano il vicino Sudan, si trovano in parte in aree controllate dai ribelli. Il presidente sudanese Al-Bashir ha smentito ieri la notizia di un possibile accordo tra Juba e Khartoum per garantire protezione armata ai pozzi.

Quattro settimane di scontri hanno causato in Sud Sudan più di un migliaio di vittime e un numero di sfollati che attualmente supera le 200mila unità. Secondo le stime dell’Alto commissariato per i rifugiati delle Nazioni Unite oltre 31mila persone hanno lasciato il Paese. Una parte preponderante di queste si è mossa verso sud, oltrepassando il confine che separa il Sud Sudan dall’Uganda.