25 aprile di scontro, monito di Napolitano

Veltroni accusa Berlusconi perché vede Ciarrapico: "Sfregio alla democrazia ricevere un nostalgico del Ventennio". Il Cavaliere: "Si faccia pace e si rifletta anche su Salò". Il presidente della Repubblica: "Ombre sulla Resistenza"

Roma - Proprio Ciarrapico. E proprio oggi, anniversario della Liberazione. Per Walter Veltroni «il gesto di Silvio Berlusconi è uno sfregio nei confronti dei democratici, un insulto a una gloriosa pagina di storia». Il leader del Pd ci va giù duro: «Questa è una grande festa della libertà e il Cavaliere ha voluto celebrarla ricevendo coloro che stavano dalla parte di chi la libertà la toglieva. È un segnale politico che marca una distanza molto profonda con lo stato d’animo degli italiani».

In un clima ancora elettorale, a poche ore dal voto per il Campidoglio, il premier «in pectore» non risponde direttamente, anzi sceglie un tono piuttosto ecumenico, istituzionale per affrontare l’argomento. «Il 25 aprile - scrive in una nota - indica simbolicamente il ritorno dell’Italia alla democrazia e alla libertà e così deve essere vissuto da tutto il popolo. Credo che oggi ci siano le condizioni storiche e politiche perché questa giornata possa rappresentare un salto di qualità verso la definitiva pacificazione nazionale. Non per cancellare ragioni e torti, ma perché sia una festa di tutti».

E pure Giorgio Napolitano, da Genova, batte sostanzialmente sullo stesso tasto: «Le ombre della Resistenza non vanno occultate, guai però a indulgere a false equiparazioni e banali generalizzazioni. Dopo tanti anni da quegli eventi si può e deve dare un’analisi ponderata, senza confondere le due parti in lotta». La festa «per quella prova di riscatto», insiste il capo dello Stato, «non può appartenere solo a una parte della nazione», ma al contrario «occorre arrivare a un comune sentire storico». Anche Napolitano, come Berlusconi, è per la chiarezza. «È un dovere che vale verso tutto il Paese e che riguarda pure per i fenomeni di violenza che caratterizzarono in tutto il suo corso la guerra antipartigiana e di cui non fu indenne la Resistenza, specie alla vigilia e all’indomani della Liberazione». Però, conclude, «non si può appiattire tutto sotto un comune giudizio di condanna o assoluzione».

Accenti simili in larga parte a quelli toccati da Berlusconi. «Sessant’anni fa - scrive - fu palpabile il sentimento di liberazione di un intero popolo, costretto a combattere una guerra che sperava conclusa ma che proseguì con l’occupazione del proprio territorio». Sentimenti «che si erano già manifestati dopo il 24 luglio del ’43 con una festa senza vendette e senza morti» a cui però seguirono «la guerra civile e l’occupazione tedesca che creò un marchio di sangue nella memoria e generò un odio tra vinti e vincitori e che segnò la coscienza del Paese».

Tutto ciò, prosegue il leader del Pdl, appartiene al passato. «Adesso è tempo di dare al 25 aprile un senso italiano nazionale e popolare, un senso di libertà e di pace. A sessant’anni dalla Liberazione - si legge ancora nella nota - a più di quindici dalla caduta del Muro di Berlino, il compito della politica è quello di consolidare il tessuto connettivo della nazione. L’anniversario è l’occasione per riflettere sul passato. Se riusciremo a farlo, insieme, avremo reso un grande servizio al popolo italiano».

E la «riflessione» proposta dal Cavaliere prende spunto da due famosi discorsi scomodi pronunciati da due dirigenti ex-comunisti. Quello di Luciano Violante, che da presidente della Camera chiese di considerare anche il punto di vista ragioni di quei giovanissimi che avevano scelto la Rsi. E quello di Giorgio Napolitano, che presidente della Repubblica denunciò le foibe e la «pulizia etnica» subita dai titini. «Quando, quasi dieci anni fa, autorevoli esponenti della sinistra invitavano a capire pure le ragioni dei ragazzi di Salò e quando, più recentemente, hanno invitato a saldare il debito contratto con gli esuli istriano-dalmati, hanno indicato la strada giusta».

Questo però, precisa Berlusconi, non significa mettere tutto nel frullatore. «Togliere quei veli, capire quelle ragioni, non può in qualche modo ledere l’orgoglio di chi combattè contro la tirannia. Non c’è revisione storica che possa cambiare la gratitudine che dobbiamo a qui combattenti che posero le basi per la libertà delle generazioni future e per il ritorno dell’Italia nel consesso delle democrazie. Ma non c’è gratitudine che possa impedire la ricostruzione obiettiva di quegli anni».