Dopo 38 anni via le baracche del Belice

Cristiano Gatti

Il terremoto più lungo del mondo, trentotto anni e due mesi, finalmente cessa di fare danni. Stavolta è certo: un paio di generazioni dopo, il Belice esce dall’emergenza. Pietose ruspe della Protezione civile cominciano a demolire le baracche costruite dopo la tremenda spallata del 15 gennaio 1968, un’apocalisse sismica che totalizzò 370 morti, un migliaio di feriti e 70mila senzatetto. Siamo nel 2006: tempi tecnici. Nel loro impeto distruttivo, le pale cancelleranno ogni traccia del passato, cercando di seppellire anche lo scandalo dei ricordi. Ma se i lavori di edilizia consentiranno la bonifica delle aree, rimuovendo l’amianto tossico dei famigerati tetti in eternit, niente e nessuno riuscirà a rimuovere le baracche dai luoghi desolati della nostra memoria collettiva. Belice è, Belice resterà. Solo fra mille secoli, forse, riuscirà a diventare qualcos’altro.
Quello era l’anno delle grandi trasformazioni sociali, delle demolizioni giovanili e delle contrapposizioni di classe, anche se a gennaio nessuno ancora poteva conoscere la destinazione di accelerazioni tanto furiose. In una valle sperduta della Sicilia, l’anno zero dell’era moderna cominciò con il cataclisma. Decimo grado della scala Mercalli. Gli italiani di allora cominciarono a familiarizzare con nomi remoti e sconosciuti: Gibellina, Menfi, Santa Margherita, Salaparuta. Nuove immagini di disperazione, due anni dopo l’alluvione dell’Arno a Firenze. Un’Italia rurale, già pesantemente arretrata di suo, improvvisamente chiedeva aiuto. Si costruirono le prime baracche, arrivarono sul posto i primi soldi, con essi il più sentito cordoglio e la più solenne promessa: presto, ci sarà una casa nuova per tutti...
Trentotto anni. I nonni di allora sono tutti morti. I papà sono diventati nonni, e i bambini sono diventati papà. In quelle baracche sono nate nuove famiglie, hanno celebrato Natali e Pasque, sono arrivati altri figli. L’Italia è cambiata parecchie volte, passando dalla Seicento alla Centoventotto, e poi dagli anni di piombo alla Milano da bere, e poi dalla prima Repubblica alla seconda: solo il Belice è sempre rimasto il Belice, così come abbiamo imparato a conoscerlo la prima volta.
Promesse di ricostruzione, fondi stanziati e regolarmente dissolti, illusioni private e pubbliche bugie. Le baracche, sempre là. Luoghi sordidi descritti mirabilmente da Sciascia, forni crematori d’estate e celle frigorifere d’inverno, col respiro affannoso dei bambini a scandire lo scandalo eterno. Il Belice: lentamente, il nome si è trasformato in un termine di paragone. Altri terremoti hanno devastato l’Italia, dall’Irpinia al Friuli, fino all’Umbria, ed ogni volta i nuovi afflitti hanno avanzato una sola richiesta: per pietà, non trasformateci in un nuovo Belice. Sciagure e devastazioni, morti e sfollati: non c’è Regione d’Italia che non abbia pagato il suo prezzo, in questi decenni. Ma mentre altrove, in tempi e con ritmi diversi, lentamente le contrade si sono rimesse in piedi, il Belice è sempre rimasto là, sullo sfondo, con le sue baracche, simbolo e paradigma della sciatteria, del lassismo, della malvagità, della follia di un’Italia impresentabile. La ricostruzione del Belice? Un modo di dire, un luogo comune, una figura gergale. Dire Belice per dire vergogna.
Trentotto anni dopo arrivano le ruspe. Si comincia da Santa Margherita, poi toccherà a Menfi. In tutto, vanno demolite 250 baracche. L’amianto dei tetti, quei tetti respirati che hanno elevato nella zona la media dei tumori, sarà trasferito in Germania. Le aree saranno bonificate e quindi si procederà a costruire nuovi alloggi di edilizia popolare. In altre parole, si farà quello che andava fatto troppi anni fa, quando la televisione era ancora in bianco e nero, quando Aldo Moro ancora governava e quando ancora Lucio Battisti non era Lucio Battisti. Si farà quello che tante volte hanno promesso di fare le giunte di sinistra e le giunte di destra, in uno squallido show della politica che ha alimentato soltanto le fameliche pance di parassiti e faccendieri.
Per quasi quarant’anni abbiamo tenuto aperto, custodendolo con amorevole cura, questo museo a cielo aperto della ricostruzione Made in Italy. Sarebbe bello, adesso che le ruspe sono al lavoro, considerarlo soltanto il rudere di un’epoca lontana. Ma c’è un dettaglio che ci impedisce di parlare del Belice al passato remoto. Quando arrivano le ruspe, c’è la più malinconica conferma che il Belice è tra noi, in piena attualità, al tempo presente: una trentina di famiglie abitano ancora là, nelle baracche provvisorie di trentotto anni fa.
Cristiano Gatti