9 FEBBRAIO 1941

In una fredda mattina d’inverno il bombardamento navale su Genova

Pierfranco Malfettani

Il bombardamento navale che la flotta inglese effettuò su Genova la mattina del 9 febbraio 1941 ha lasciato una traccia molto tenace nella memoria dei genovesi.
Altri, e ben più gravi, furono gli episodi che videro la città sanguinosamente coinvolta nella seconda guerra mondiale, ma resta il fatto innegabile che quella giornata sia considerata, ancora oggi, a torto o a ragione, uno dei momenti più emblematici di tutto l'intero conflitto. Le tre brevi testimonianze che seguono, propongono lo stesso avvenimento così come è stato vissuto da altrettanti giovanissimi di allora.
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Rabbia. È rabbia, quella che filtra ancora oggi, a oltre sessant'anni da quel giorno, attraverso la rete fitta dei ricordi personali di Mario, classe 1923. Rabbia che viene a galla, ancora forte e sottolineata dalla mimica vivace, adoperata per parlarti di una guerra iniziata male e finita peggio, tra lutti e devastazioni immani.
«Quella mattina» - ricorda Mario - «con il fagotto del pranzo sotto il braccio, mi stavo recando al negozio di barbiere dove lavoravo (all'epoca le barberie lavoravano anche la domenica, perchè molti uomini si facevano radere prima di andare a Messa - ndr) a Bosco Marengo, vicino ad Alessandria. Mentre camminavo, si sentì tremare con insistenza il terreno, si udì un forte rombo in lontananza. Poco dopo, giunto sulla piazza, trovai già i primi capannelli di persone che, con agitazione, riferivano di aver saputo che Genova era stata bombardata dal mare, anzi, alcuni precisavano che lo aveva detto anche la radio».
Gli occhi chiari di Mario si dilatano, mentre descrive, come fosse cosa di poche ore fa, lo stupore della gente. Si spostano, ad allargare il campo della scena, del suo narrare, fino a farsi più serrati quando il ricordo riporta il mormorìo della gente, le voci che, sempre più insistenti, passavano rapidissime di bocca in bocca.
«Possibile», dicevano quelle voci, «che non una nave nemica sia stata affondata, non un aereo sia stato abbattuto? Dove erano la nostra Marina, la nostra Aviazione? E le difese da terra? Come è stato possibile che una intera flotta nemica sia potuta passare inosservata?». A partire da quel giorno, nel ricordo di Mario, cominciò a serpeggiare una parola tanto «grossa» da fare paura, più paura delle bombe stesse: tradimento.
«La notizia del bombardamento di Genova, fece comprendere, più di tanti discorsi, che le nostre città erano esposte agli attacchi dei nemici, che potevano colpirci quando e dove volevano.
Fu la prima volta che la gente ebbe modo di provare questa angosciante sensazione, e ricordo benissimo che si mormorava anche di un possibile «tradimento», perpetrato da ambienti italiani, per far fallire la guerra. Questa - ricorda Mario con la precisione che gli anziani sanno avere quando ricordano il loro passato di guerra - «era l'opinione ricorrente dei tanti uomini che avevano già fatto la Grande Guerra del '15-'18».
Scrolla la testa Mario, con il fastidio che accompagna ancora una delusione che fu bruciante. E conclude con un duro paragone: «Anni dopo, da prigioniero, ho visto venire giù decine di aerei angloamericani colpiti dalla difesa controaerea tedesca di Amburgo. La città era un ammasso di rovine, ma la difesa fu organizzata fino all'ultimo giorno. Quella era gente che non scherzava...».
Se le bombe inglesi furono udite fino a oltre cinquanta chilometri di distanza, figuriamoci cosa devono aver provato quelli che a Genova, quel giorno di febbraio di tanti anni fa, c'erano. Come Enrico. Ex-portuale, nato nel 1928, figlio e padre di portuali, gente che di Genova conosce anche le fibre più sottili. Sa raccontare, Enrico. Ma racconta con quel modo disincantato, che sa ridere su tutto, sulla vita stessa, che è tratto tipico di ogni genovese.
«Il 9 febbraio 1941 me lo ricordo benissimo. Abitavo con la mia famiglia in Vico della Croce Bianca, e a quell'epoca non funzionavano ancora le gallerie ricovero di Piazza della Zecca, ma ci si rifugiava nelle cantine, che erano predisposte per accogliere la gente in ogni palazzo del centro storico. Un ben misero riparo dalle bombe inglesi!».
Sorride Enrico. Sorride, ora che la guerra è così lontana, indietro negli anni. Sorride con una punta di tenerezza per certe ingenuità, per la sua giovinezza vissuta tra una fame mai vinta e le bombe che piovevano dal cielo.
«Dopo che fu diffuso l'allarme, ci recammo tutti nel magazzino posto di fronte al n. 4 di Vico della Croce Bianca, gestito dal rigattiere Giuseppe Orlandi e dalla moglie, Emilia Zanettoni. Pochi minuti dopo, scoppiarono le prime bombe. Nel buio, tutto il palazzo si mise a tremare, gli scoppi erano fortissimi e il panico dilagò fra le molte donne presenti che si misero tutte a gridare, a disperarsi. Io ero un ragazzino e, confortato dalla beata incoscienza dell'età, non ebbi molta paura. Casomai più curiosità!».
Uscito dal rifugio, Enrico, cercò di capire, nel tam-tam di voci che si rincorrevano, si sovrapponevano, cosa fosse successo, quali fossero i danni, quanti e dove i morti.
«Si parlò di case colpite, si, ma io non vidi, quella volta, nè morti, nè macerie. Ricordo che mio padre, che prestava servizio nella batteria della Milizia Controaerea posta nei pressi di Sestri Ponente, telefonò all'osteria di Dina Cuniberti - sempre in Vico della Croce Bianca - per avere nostre notizie. I militi, quasi tutti ex-portuali, facevano la coda per telefonare dall'unico apparecchio posto nelle vicinanze della batteria: quello del guardiano del cimitero dei Pini Storti di Sestri. Quando andai a trovarlo, mio padre mi portò a vedere numerosi alberi schiantati dai tiri delle artiglierie inglesi che avevano cercato di colpire la postazione».
Per un ragazzino, quale era Enrico in quella «giornata particolare» del 1941, tutto pareva assumere i contorni di un grande, pericoloso gioco. Dopo, quando la guerra si mostrerà per intero, con il suo vero volto di tragedia immane, non ci sarà più il tempo per la curiosità, ma solo per la sopravvivenza.
«Fu un grande spavento, un gran baccano, con le esplosioni che facevano tremare i palazzi come se dovessero crollare. Ma nei tempi a venire avremmo dovuto subire incursioni molto, molto più pesanti di quella navale».
Per Glauco, nato nel 1933, parlare di quei giorni non risulta difficile. Da bambino, Glauco abitava sulle alture di Sampierdarena, posizione ideale per assistere allo «spettacolo» della guerra, e a tramandarcelo nitidamente nei suoi tratti essenziali: «Quella mattina, era domenica, io e mia sorella dormivamo in cameretta, quando siamo stati svegliati dalle sirene d'allarme. Nostra madre cercò di tranquillizzarci, dicendo che era solo una prova delle sirene, che però avveniva solitamente intorno alle 10. Con mia sorella facemmo in tempo a scorgere, alto sulla foce del Polcevera, un aereo che volava lentamente, facendo ampie curve ed emettendo delle scie di fumo bianco. Allo scoppio delle prime bombe, invece, ci dovemmo tutti vestire di corsa e scendere al rifugio. Il palazzo a fianco al nostro, che era in costruzione, fu centrato e una intera facciata si sbriciolò, mentre altri palazzi intorno furono colpiti, anche se meno gravemente. Nostro padre, che prestava servizio volontario in una batteria antiaerea a S. Olcese, si precipitò a casa appena questo gli fu possibile, cioè la sera stessa, e con mezzi di fortuna, perchè aveva saputo che anche Sampierdarena era stata colpita dagli inglesi, ma fortunatamente, almeno quella volta, la nostra famiglia non ebbe a subire alcun danno...».
Passato il pericolo, il piccolo Glauco, ebbe modo vedere i danni, di memorizzare lo smarrimento della città ferita, e di farli rivivere con precisione nel suo racconto: «Mio nonno materno lavorava alla S.i.a.c., che fu colpita da varie bombe; egli raccontò che, mentre gli operai fuggivano verso i rifugi, lo spostamento d'aria causato dagli scoppi delle bombe inglesi faceva volare delle grosse lamiere attraverso i piazzali dello stabilimento. Ricordo che in varie zone di Sampierdarena mancarono per alcuni giorni la luce e l'acqua, e i danni del bombardamento si potevano vedere chiaramente, sia nei pressi della stazione ferroviaria, sia sulle alture, verso la zona degli “Angeli”. Si vedevano le buche delle esplosioni, le case sfondate, i pali della luce abbattuti. Si diceva che un treno, il famoso “treno della neve” diretto a Limone, fosse stato colpito all'altezza di Via di Francia e che tanti passeggeri avessero perso la vita nell'esplosione».
Per Mario, Enrico, Glauco, il bombardamento navale di Genova non è stato più che un episodio, un atto della grande rappresentazione della guerra. Ma resta certamente, in loro, come in tantissimi altri coetanei e concittadini, il ricordo di uno dei primi momenti di consapevolezza della realtà, della gravità del momento. Oggi, nel 65° anniversario di quella giornata, le loro testimonianze vogliono essere anche un piccolo, sentito omaggio alla memoria di quanti, sotto le bombe, persero la vita.