ABBIAMO LA MAGISTRATURA

Non scherziamo sui simboli. Hanno un peso sulla pubblica opinione e sulla società. E la possibile candidatura del dottor Gerardo D'Ambrosio da parte dei ds non può essere presentata come il riconoscimento offerto a un magistrato, certo importantissimo nella storia italiana. È invece un atto fortemente simbolico sul piano politico. Piero Fassino sbaglia a negarlo e ad alzare la polemica con Silvio Berlusconi e con il ministro Roberto Castelli. Dovrebbe invece avere il coraggio di riconoscere apertamente che la terzietà di uno dei poteri dello Stato può essere oggetto di discussione. E non solo per le opinioni e per le scelte di questa o quella toga, ma fondamentalmente perché da una lunga stagione è aperto in Italia un conflitto tra una parte della Giustizia e una parte della Politica. E poi perché negli ultimi mesi, con l'affaire Unipol, tutto si è ulteriormente complicato. Come si fa a continuare a sostenere che non esiste il problema o che, se esiste, riguarda l'aggressività di uno schieramento e di un leader contro un esercizio neutrale dell'amministrazione? O, meglio, si può continuare a farlo, ma in questo modo si costruisce una verità che non corrisponde alla realtà e che pregiudica, giorno dopo giorno, la competizione politica.
Proviamo ad uscire un attimo dalla semplificazione riproposta ora dalla campagna elettorale, ma in ogni modo ricorrente in un decennio segnato da un corpo a corpo tra Berlusconi - come capo dell'opposizione e come presidente del Consiglio - e coloro che hanno cercato di stringerlo in un assedio giudiziario con un numero di inchieste che non ha precedenti. Proviamo anche a non tener conto di una storia in cui i rapporti tra i poteri dello Stato si sono modificati a tutto svantaggio di quello rappresentativo.
E andiamo al dunque della questione che è esplosa in queste ore e che consiste nella domanda se esista o no una vera e propria organicità di questa o quella figura del mondo giudiziario ad un progetto, espresso direttamente da un partito. Figure non di secondo piano, ma centrali in inchieste che riguardano proprio la politica. Non si tratta dell'esercizio costituzionale della libertà di pensiero, quanto piuttosto dell'essere dentro ad un'impresa e nel darvi un contributo attivo.
È questa, ad esempio, la condizione di molti giornalisti, che costituiscono un potere chiave in una democrazia. Oggi in Italia il mondo dell'informazione è nel suo complesso apertamente schierato. Solo un'infinita ipocrisia può indurre a pensare e a dire che non c'è militanza, che c'è oggettività o che c'è neutralità. Non c'è una condizione molto diversa nel potere giudiziario. Non può esserci una doppiezza tale per cui un magistrato è di parte se si candida per un partito e ridiventa neutrale nel momento in cui compie un'indagine, soprattutto quando si tratta di un'indagine che investe il sistema nervoso della vita pubblica. Questo è il problema a cui non si può sfuggire. Qui sta la ragione per cui assume un valore simbolico la possibile candidatura di Gerardo D'Ambrosio, magistrato ora in pensione, a cui va anche riconosciuto il merito di aver riflettuto pubblicamente sulla sua lunga attività di togato. E il discorso può valere per altri, a cominciare dal dottor Felice Casson quando si candidò a sindaco di Venezia, per essere sconfitto da Cacciari. È il simbolo di una dichiarazione di militanza politica.
Invece di alzare irragionevoli polemiche, Fassino farebbe meglio a dichiarare la verità. Perché è come se avesse detto al telefono, anche solo in un eccesso di tifo: «Abbiamo la magistratura».