ABITI L’emozione di un gessato low cost

Oggi si è passati all’indumento a «basso costo», come i viaggi in aereo

I sarti l’abito lo cucivano per durare una vita, anzi, per l’eternità. Infatti quasi sempre il completo grigio o blu o nero, con l’immacolata camicia bianca (quello del matrimonio), era lo stesso che si indossava da cadaveri dentro la bara. L’abito era tutto come il nome che ti avevano imposto nel giorno del battesimo. Non a caso quel sarcastico di un elegantone napoletano di un Mimì Rea, nel sulfureo e sansilvestrino libretto L’ultimo fantasma della moda, ritraeva così il suo ideale Principe di Galles o guappo: camicia sempre bianca, abito nero, scarpe nere, calze nere, fazzoletto da taschino spampanato. Vita e morte, insomma, più morte che vita, anzi, più eternità che vita e morte messe insieme. Del resto anche l’abito dei monaci era «tutto», e pure le armature dei cavalieri e le divise dei soldati... Perfino i fascisti di Salò e i partigiani vestivano allo stesso modo. Doppiopetti grigi di lana doppia. Camicia con il collo «italiano». O maglioni a collo alto. E cappelli. E berretti. Li abbiamo visti fucilati o che fucilavano. Li abbiamo visti in uniformi tragiche e perfette come architetture.
I muratori andavano dal sarto come gli avvocati. I grandi erano Caraceni, Cifonelli, e poi le sartorie di Attolini, Rubinacci, del grande Carlo Palazzi con quelle sue giacche «burocratiche» e austere che, quando avevo vent’anni, mi anestetizzavano per delle mezze ore dinanzi alle sue vetrine di via Borgognona. E ancora negli anni Ottanta Osvaldo Testa e, ora, Kiton a Milano per fortuna. I colori che si usavano erano pochi. Fabbri e imprenditori sapevano riconoscere le lane e dare nome ai tessuti: cappello da prete, canneté, occhio di pernice, cavalry twill, cheviot, flanella, gabardine, loden, grisaglia, tweed... I tagli erano tre. Eterni pure loro.
C’era la «scuola inglese»: la giacca segue la linea del corpo; è a tre bottoni; la spalla è poco imbottita; gli spacchi posteriori sono due; il pantalone è di solito a due pince. La «scuola americana» invece si divideva nella linea natural shoulder (l’apoteosi si è avuta con il sack coat: giacca a forma dritta, a sacco, quella lanciata da Brooks Brothers a New York) e la linea della Costa Occidentale, tanto in voga tra i divi di Hollywood, detta «a clessidra» o zoot suit che prevedeva una giacca con ampie spalle, stretta in vita e poi di nuovo larga e lunga con due spacchi alti; pantaloni lo stesso ampi e a vita alta. La «scuola italiana» si rifaceva a quella inglese (anche se il solito Rea sentenziava che erano stati i napoletani a insegnare ai sarti inglesi e americani) e però prevedeva una spalla più alta anche se la cosiddetta «spalla napoletana» è poco imbottita come appunto quella inglese e americana...
Insomma per farla finita con questa dittatura delle «scuole» Bogart, Bogarde, Peck, Mastroianni, Gable e imbianchini, postini, medici, eccetera si vestivano nello stesso stile con gli stessi colori anche se, ovviamente, usavano stoffe a costi diversi e frequentavano sarti diversi. Ok. Però i loro abiti erano stati cuciti punto su punto per vivere al cubo: nella vita terrena e dopo. Non si scappa. Questo è un dogma. Ne abbiamo viste di foto, di film, di cinegiornali, di televisione, eppure la foto cult della pacificazione, la foto «democratica» che unisce in uno scatto memorabile questa abitudine e cultura del vestire, è di Robert Doisneau: Le Baiser de l’Hotel de Ville, Paris, 1950. Eccoli i due giovani che si baciano sotto l’Hotel de Ville. Lui sembra Belmondo. Ma può essere un garzone. Lei è chi volete che sia.
I sarti oltre che modellare per tutta la vita e oltre i vestiti sul corpo dei clienti, erano dei cartografi, degli storici, dei progettisti, dei sognatori. A esempio, quello che ho frequentato da adolescente era un vecchio e povero stalinista che però sapeva la storia della seconda guerra mondiale meglio di quelli della Fgci. Senza ambiguità, pura realpolitik, cinismo condensato, quintessenza del machiavellismo. Che cosa faceva? Con il «gesso dei sarti» abbozzava sulla stoffa - che si sarebbe in seguito trasformata nel mio cappotto - la Polonia. Salvatore tracciava una linea: a destra scarabocchiava l’Urss e sotto ci scriveva Molotov; a sinistra, sfumava un carroarmato e ci scriveva Ribbentrop. Poi spiegava: «Stalin lo sapeva da tempo che Hitler aveva in mente di sferrargli un attacco, ecco perché subito dopo aver firmato con lui il Patto di “non aggressione” invade parte della Polonia».
Dopo gli abiti per ricchi e poveri ma dello stesso stile e eleganza e soprattutto costruiti per durare a lungo, si è passati alla invasione degli stilisti. È inutile raccontare la parabola dei Valentino, Armani, Ferragamo, Cavalli, Dolce&Gabbana, fino ai Balenciaga, Paul Harden, Dior, Owens... In fondo gli stilisti sono stati dei traghettatori inconsapevoli fra il tempo nel quale gli abiti erano eterni e quello in cui gli stessi durano un fine settimana. Si è passati dall’abito per tutte le stagioni all’abito per il sabato sera. Da quello duro a morire a quello virtuale. Dal completo o gessato o tailleur costosissimo, esclusivo, firmato, per pochi e per poche occasioni, si è passati all’indumento «a basso costo»: cosiddetto low cost. Come i viaggi in aereo, le vacanze alle Maldive... low cost, appunto. E tra i regni low cost c’è Zara.
Zara è un marchio che ha negozi in tutto il mondo. Il mio amico Attilio Roncaccia (proprietario di un’elegante sartoria con show room a Marbella e Mosca) mi spiega che l’idea parte proprio dalla Spagna e che dalla Spagna Zara sta conquistando il pianeta facendogli comprare (nella sola Roma la spagnolita ha aperto quattro punti vendita: via del Corso, galleria Colonna, Tor Vergata, Parco Leonardo a Fiumicino) scarpine bianche per la prossima estate per soli 69 euro, oppure denim a 49. Entro da Zara sotto L’Hotel Plaza e mi dico: «Non c’è che dire».
Bambolone di creature vaccinate e ben nutrite si aggirano in questa boutique che in realtà è un famedio dell’abbigliamento color tortora. Perché per pavimento il famedio ha un marmo stralucido tortora. Vedo bambole pazzesche e figliole nella boutique che non è boutique ma è apparentata allo stesso sbalordimento che procurò a suo tempo l’apertura della Standa, lo stesso che fece arrossire mia nonna quando varcò la soglia per la prima e l’ultima volta dell’Upim di piazza Maria Maggiore. Zara dunque è un famedio. È l’urna dei desideri che si possono soddisfare a basso costo. Non importa se un solo acquazzone di pioggia acida può trasformare in un cencio di plastica l’impermeabilino champagne. Non importa se il tacco che fa Dior ma Dior non è si sgancia dal tallone e rotola nel tombino - comunque i bene informati mi fanno sapere che (assurdo!) gli indumenti resistono. Non importa niente alle bionde, alle bellissime, alle superlative che comprano e si caricano di buste con altrettanti «superlativi» da indossare e con i quali divertirsi magari per una settimana, per un mese o per un giorno, quello del primo appuntamento, del primo bacio... tanto tutto costa niente. Si mette e si può buttare. Tanto si ricompra con poco ed è così elegante il marmo color tortora che pare proprio di essere a Parigi. E poi nessuno se ne accorge se il tailleur è firmato Dior o Zara. L’importante è che sia e faccia chic.
Effetti Moda è un altro low cost. Especially for girls. Magliettone scollo: 35 euro; maglia strappi: 15. È un posto giusto, speciale con questo manichino con il seno destro coperto a metà. Cinta 8 cm: 8 euro. E ancora Halfon (jeans 17,90; stivali con pelliccetta 69,90, borsa 32), David Mayer, Hamilton con il prezzo delle T-shirt che non si batte: 3X2 = 9,90. Non saldi ma salti. Epperò il mio sarto Roncaccia mi dice che si può spendere ancora meno. Mi racconta che si può essere eleganti, comprare cose buone e pagarle praticamente un terzo di un cono gelato da Giolitti. Roncaccia mi spiega che sulla Costa del Sol qualcuno sbugiarda la stessa Zara. Lì con 20 euro compri un cappotto. Con 5 gonna e pantalone. Per 10 ti porti a casa un abito di ottimo taglio. Un paio di scarpe da bambino, invece, lui stesso le ha pagate 8 euro ed erano per suo figlio Riccardino. Insomma dagli abiti eterni siamo approdati a quelli che si consumano in un istante come le emozioni o gli spot. Da quelli che si «rivoltavano» quando erano consumati, a quelli che si buttano al lunedì. A esempio, dove sono i ciabattini? Chi se ne frega: le scarpe me le compro low cost. Però avevano ragione le vecchie signore e le massaie sagge: chi meno spende, alla fine più spende.
(7. Continua)