Abortisce bimbo al quinto mese Era sano, ora rischia di morire

da Firenze

È sopravvissuto a un aborto. Era stato condannato a morte per un male che non aveva. Adesso il piccolo che non doveva mai nascere sta lottando per la vita all’ospedale pediatrico Meyer. Pesa solo 500 grammi. La madre, fiorentina, 22 anni, vive in provincia di Firenze: chiede silenzio e rispetto per il suo dolore. Era arrivata alla ventiduesima settimana di gravidanza quando ha deciso che non voleva più portarla avanti.
Due ecografie avevano diagnosticato una sospetta assenza dell’esofago nel feto, una malformazione che spesso porta ulteriori complicazioni. Venerdì mattina nella sala operatoria di Careggi il doppio choc: quando il medico che stava praticando l’aborto si è accorto che il bambino respirava ancora e quando è arrivata la conferma che non c’era traccia di quella sospetta diagnosi che aveva portato la madre fino lì. Il bimbo sarebbe quindi nato sano. Un pediatra neonatologo, chiamato in sala operatoria, ha tentato di rianimare il piccolo così come prevede la legge 194, ma le speranze di salvarlo sono poche. «La prognosi resta riservatissima», dicono dall’ospedale. Il piccolo è prematuro e immaturo: ha solo un abbozzo di organi. Se fosse nato 30 anni fa non avrebbe avuto alcuna possibilità di sopravvivere, oggi, grazie ai progressi della medicina, anche il confine tra la vita e la morte si è spostato.
Il difficile percorso della madre inizia con la prima ecografia di routine, all’undicesima settimana. Già allora era stato evidenziato qualche problema. Per questo le era stato consigliato un esame genetico, la villocentesi che aveva escluso problemi di altra natura. Alla donna era stato comunque consigliato di rivolgersi a Careggi, centro di riferimento regionale per la diagnosi prenatale. Due ecografie eseguite alla ventesima e alla ventunesima settimana avevano diagnosticato una sospetta atresia dell’esofago: «Non si evidenzia bolla gastrica», c’era scritto nel referto. Una malformazione, spiegano le statistiche, che colpisce un bambino ogni tremila e che può presentare cinque livelli di gravità. Nel 50 per cento dei casi riscontrati quella malformazione si accompagna ad altre gravi anomalie: cardiopatie, problemi scheletrici o intestinali.
I medici avrebbero quindi consigliato alla donna di effettuare un altro esame, una risonanza magnetica che però - precisano da Careggi - non avrebbe comunque risolto il dilemma. «La diagnosi prenatale - spiega il direttore generale del Meyer Paolo Morello - non è una diagnosi di certezza ma di probabilità».
E la donna, di fronte a quel dubbio che nessun esame le avrebbe mai dissolto, dopo aver consultato privatamente un chirurgo, ha deciso di abortire. Undici settimane dopo la prima diagnosi. «Non c’è stato alcun errore né nella refertazione ecografica né nella comunicazione alla coppia - spiegano il direttore generale del Meyer e il direttore sanitario di Careggi Mauro Marabini -. Solo il rispetto dell legge 194 e della libera volontà di una donna». Poco prima la commissione di Careggi e il Meyer si era riunita per verificare la regolarità della procedura adottata. «La donna - spiegano - è stata assistita secondo i protocolli ostetrico-ginecologici del dipartimento». La legge 194 prevede che l’interruzione volontaria di gravidanza dopo i 90 giorni possa essere praticata solo se c’è un grave pericolo per la vita della donna o in presenza di malformazioni del nascituro che possano determinare un grave pericolo per la salute psichica della donna. Uno psichiatra del servizio sanitario ha visitato la donna ed ha accertato lo «squilibrio ansiogeno» che ha portato poi la donna a intraprendere la strada dell’aborto terapeutico. Quello che è accaduto dopo nessuno avrebbe potuto prevederlo.