ABRUZZESE «Vi spiego l’anemia della sinistra»

Intellettuale «inorganico» passato attraverso il Pci, oggi è sociologo e saggista

Esteticamente, Alberto Abruzzese calza a pennello con la figura dell’intellettuale di sinistra sedimentata nell’immaginario popolare. I libri sparsi per l’appartamento, la montatura degli occhiali, il pizzetto postleninista, le circonvoluzioni del gesticolare, le calze di spugna a righe colorate modello à la Paul Smith, il toscano con la cenere pericolosamente pencolante che rimarrà in bilico per tutta l’intervista. Invece, Abruzzese è un neologismo: un «intellettuale inorganico» che, se potesse, si smaterializzerebbe nei pixel di uno schermo per entrare in fusione con la creatura rivoluzionaria a cui ha dedicato trent’anni di studi, la televisione, e uno dei pochi nel nostro Paese a parlare con competenza di storia del costume, dal cinema alle identità mediali, dalla pubblicità ai fumetti erotici, vedi la raccolta Pornograffiti del 1980. Non scordando la politica: dopo l’attraversamento del Pci - mitico il suo romanzo Anemia che raccontava la trasformazione in vampiro di un funzionario comunista - s’è lasciato incuriosire dalla politica modernizzatrice craxiana degli anni Ottanta, e sarà per questo che non ha avuto paura di confrontarsi con i codici innovativi del berlusconismo. Oggi insegna sociologia della comunicazione allo Iulm di Milano. Introduzione stringata: è cominciato il tic tac del mozzicone.
La luna di miele tra l’Unione e gli intellettuali è durata pochissimo. Cos’è, è finito il tempo degli amorosi consensi?
«Mah, pensare al ceto intellettuale in termini di organicità ai partiti politici resuscita un mondo che non c’è più. Oggi, se vogliamo, il patto tra intellettuali e alcuni “corpi” della sinistra è altro, né più né meno un reciproco mercimonio. Io appoggio te, tu appoggi me. La cornice che spiega questi meccanismi è tutta mediale: l’intellettuale oggi si esprime e si autodefinisce in quanto scrive sui giornali, cooptato da qualche pezzo della lobby politico-economica della stampa. L’intellettuale-Narciso entra in un patto di scambio: serve i giornali e si serve dei giornali, ottiene vantaggi economici e di visibilità vendendo il lustro della sua firma».
Però non ha risposto: perché la maggioranza degli intellettuali critica il governo?
«La sinistra sta accumulando una serie di errori sia nei contenuti delle sue politiche sia nelle forme di comunicazione: è inevitabile che emerga un disagio intellettuale che rimarchi questi errori. Però...».
Però?
«Mi viene da sorridere. A lamentarsi spesso sono gli stessi intellettuali che, quando qualcuno in passato ha proposto di cambiare quei contenuti e quelle forme che adesso contestano, hanno taciuto. Sono anni che sostengo che l’Italia è un paese che non sa liberarsi della Storia, dove la resistenza delle antiche matrici cattoliche o comuniste rende difficile se non impossibile prestare maggiore attenzione all’esperienza quotidiana, sono anni che denuncio il rischio che la sinistra intellettuale faccia la fine di Polifemo, accecata dinanzi al mondo contemporaneo. Non credo che la politica abbia inteso questi messaggi. In Italia viviamo una contraddizione: esistono alcuni intellettuali che vestono il doppio ruolo di “controllori della verità” e di unici “spiriti liberi” autorizzati alla critica. Gli altri non contano nulla».
Carlo Gambescia ha scritto: l’intellettuale si è tramutato in intrattenitore. O al massimo in “garante dell’ordine esistente”.
«Vero. È il risultato del blocco di ogni innovazione nel rapporto tra politica, lobby dell’informazione e critica culturale».
Chi è il colpevole?
«Quella fascia di intellettuali, prosperata attorno al Sessantotto, che ha monopolizzato il ricambio intellettuale inventando il dispositivo di una specie di “critica di regime”».
I nomi.
«Ne faccio due “di vertice”: Umberto Eco e Paolo Mieli.
Esiste ancora il “popolo di sinistra”?
«Prima esisteva un popolo che coincideva con i rispettivi referenti dei partiti politici: il “popolo democristiano”, il “popolo comunista” eccetera. Ciascuno di essi era sia un popolo in carne e ossa sia un’astrazione. Negli ultimi vent’anni l’astrazione-popolo è stata messa in discussione dall’avvento della televisione, che a sua volta ha creato il popolo “televisivo”: una miriade di soggettività portatrici di una cultura ostile rispetto ai concetti “storici” di popolo. È quello che oggi mette in crisi la politica e soprattutto la sinistra, che continua a ragionare come se il popolo fosse ancora rappresentato più dalle “clientele” o dai pezzi di classe politica a cui si rivolgono le lobby della carta stampata che dal pubblico televisivo. La televisione si pone in termini diversi: devo convincere una sterminata platea di spettatori con cui non ho alcuna “comunanza di spirito”».
Per parlare di politica attraverso la televisione bisogna sporcarsi le mani con la cultura di massa.
«La maggioranza delle persone guarda la televisione attraverso i registri dell’affettività, le emozioni, i desideri. Nella stampa chi legge adotta categorie razionali, diciamo “da cittadino”, nella tivù questo elemento si diluisce in una sensibilità di tipo famliare-familistico. Le reazioni alla politica in televisione sono simili a quelle che in famiglia ci si scambia sui parenti. Un padre può essere affettuoso/criminale, uno zio può essere imbroglione/charmant. Sono giudizi netti, di tipo emotivo e non razionale. Allora si capisce perché possedere una televisione è possedere un mondo, il mondo contemporaneo della cultura dei consumi. Che chiede altre cose rispetto alla felicità promessa dalle ideologie».
Che fa, si trasforma in un apocalittico?
«Per niente: segnalo la maggiore aderenza alla realtà della televisione rispetto ai giornali. Tra l’altro, oggi, il continuo avvicendarsi di poteri e il fenomeno della lottizzazione non fanno consolidare alcuna forma di potere: al conflitto tra partiti si sta via via sostituendo l’intesa trasversale tra gli “uomini della televisione”».
Nel 1994 lei scrisse Elogio del tempo nuovo, un libro dove cercava di fare i conti con il fenomeno berlusconiano. Morale: qualcuno ricorda ancora il linciaggio a cui fu sottoposto discutendolo alla Fondazione Basso. Dovette abbandonare a metà presentazione, coperto dagli insulti.
«Berlusconi è lo zio un po’ pazzo e un po’ imbroglione a cui accennavo prima. Fa le cose di istinto, e in questo modo si fa portatore di una cultura politica estranea alla repubblica nata dalla Resistenza. E ci coglie. Berlusconi ha sfruttato abilmente la crepa tra politica e popolo televisivo, ma è stato incapace di superare la cultura politica tradizionale. Ha messo in piedi un’operazione molto felice dal punto di vista comunicativo, senza però dotarsi di una nuova classe dirigente e una nuova politica del cittadino. Elogio del tempo nuovo l’ho scritto quando a sinistra il berlusconismo appariva una cosa inspiegabile e grottesca, mentre a me pareva la logica conseguenza dell’incapacità comunicativa delle culture istituzionali. A riscriverlo ora, bisognerebbe lavorare di più sulle promesse mancate del “tempo nuovo”, riconfermando le caratteristiche del fenomeno ma cercando di capire come una rivoluzione di tale portata non abbia prodotto un mutamento del sistema istituzionale ma anzi ne abbia incancrenito i difetti. Cioè, se io fossi un leghista o un berlusconiano della prima ora, mi sentirei tradito. Più di come si sentono traditi da Prodi quelli di sinistra: tanti di loro, poi, vivono proprio grazie al “tradimento”, il potere che distribuisce risorse...».
Il portavoce di Prodi, Angelo Sircana, ha ammesso che il governo finora ha offerto “messaggio troppo discontinuo”, salvo poi aggiungere che un politico non si può trasformare in un allievo dell’Actor’s Studio. Insomma, comunicano gli attori, non i politici...
«Negli anni ’80 scrissi Il fantasma fracassone, un discorso fatto all’interno del mondo comunista sul fatto che il Pci aveva perso contatto con la società perché non capiva i mass media. Oggi nell’Unione ritrovo gli stessi difetti».
(4. Continua)