Abu Dhabi: Mondiale di club Inter in campo con i coreani

L'Inter gioca alle 18 ora italiana. Benitez punta su Milito. Contro i coreani del Seongnam nerazzurri al gran completo. Dal Congo con furore: <strong><a href="/sport/s/15-12-2010/articolo-id=493798-page=0-comments=1">il Mazembe batte il Porto Alegre e approda in finale</a></strong>

Dici Corea e son brividi. E così sia anche per l’Inter. Il superstizioso Moratti si è fatto prendere da un giustificato delirio tremens. E l’International di Porto Alegre ieri gli ha confermato le ragioni di tanto tremare (si sono beccati la loro Corea contro gli africani). Gli altri si sono lasciati carezzare da una sospetta euforia. Ma così è, se vi pare. Meglio diffidare, si tratti di nazionale o di squadra di club. E fu subito Corea, scrisse Gianni Rivera. Eppoi ripropose l’idea Giovanni Trapattoni, in tempi più vicini. Per l’Inter è subito Corea. E per ora nel senso cronistico del termine: prima partita, conta vincere, non convincere. Finalmente scopriremo se l’Inter ha scherzato per quattro mesi o si è dissolta dietro chissà quali pozioni, magie, rimpianti, annientata dagli infortuni e dalle sue povertà.

L’Inter va, tutta insieme appassionatamente nella traversata del deserto. Sono finiti frizzi e lazzi, le cartoline di una squadra che ha ritrovato sorrisi e voglia gladiatoria che pareva sparita, chissà mai perché?, nel campionato nostro. Ora tutti duri e puri. Benitez che mostra i muscoli e si porta Milito in conferenza stampa come fosse un amuleto. «Lo vedo in allenamento, lo vedo far gol e penso: siamo forti», dice Rafa tirando fuori dalla saccoccia sua tutta la grinta ad uso cinematografico. Ma si capisce che non è cosa sua. Il resto è finzione. E con lui il Principe che si ritaglia la parte con la più classica delle interpretazioni. «Questa è una competizione unica per tutti noi. Non sai se potrai rigiocarla nella carriera. Darei qualunque cosa per vincere, e non importa che sia io a segnare. Meglio vincere con il mio gol, ma conta vincere». Da Principe a Sceicco il passo è breve: se non segna la rete che conta, non può esser Milito. La Champions insegna.

Detta tutta: siamo all’aria fritta. Ora l’Inter tiri fuori l’olio per friggere i coreani. La coppa Intercontinentale è lì che aspetta, sembra fatta apposta per ricondurla nella storia internazionale: 45 anni dopo, sarebbe l’ora. Oggi la coppa si chiama mondiale per club e un fascino che nulla c’entra con la coppa dell’Amicizia (copyright Mancini) ma nemmeno con quella coppa che l’Inter si portò a casa due volte negli anni Sessanta. Però val la pena provare l’effetto che fa. Moratti ha visto giusto, sentendo freddo: i coreani hanno un nome impraticabile, Seongnam Ilhwa Chunma, e la pericolosità di una tagliola nascosta nell’erba. Per convincersene sarebbe bastato dare un’occhiata alla partita dell’International di Porto Alegre contro gli africani che li hanno rispediti a casa con due schiaffi e una bella dose di rossore. Ed ora tutti penseranno che all’Inter basterà un niente per vincere la coppa.

Non l’Inter, almeno a parole. Moratti tiene nel taschino un cinque maggio che ne raffredda qualunque illusione. Benitez ha nervi saldi e una esperienza in tal senso, quando perse la corsa con il Liverpool (nel 205 contro il San Paolo). «La prima partita è sempre la più importante, dunque giocheremo con la miglior formazione. E sono contento di trovarmi finalmente nella condizione di scegliere fra tutti. Il gruppo è felice, l’ambiente è positivo». Ecco, appunto, rivedrete in campo Maicon e Milito, forse Julio Cesar e anche Chivu. I coreani del reverendo Moon sono la fotocopia di qualunque squadra asiatica. Detta con Benitez: «Buona organizzazione tattica, intensità e qualità. Lavorano bene con e senza palla». Certo, poi se l’Inter tornasse a far rombare il motore, come nei tempi che furono, tutto sarebbe più tranquillizzante.

Invece rischia una partita con l’acqua alla gola come capitò al Milan contro i giapponesi dell’Urawa Reds, quando Seedorf segnò solo a venti minuti dalla fine. Ed è questo il segreto del mondiale per club ed anche l’unica ragione per renderlo più spettacolare rispetto alla finale unica: ci può sempre esser il granellino di sabbia che si infila in una macchina perfetta. Finora sono stati rispettati i pronostici: si sono giocate la finale le squadre più forti sulla carta. Questo torneo, invece, è cominciato con l’inversione di tendenza. L’Africa si fa largo. Può essere un segnale. Ora la tradizione è tutta sulle spalle dell’Inter. Sulla sua strada c’è un altro arbitro a cognome Moreno. Ma forse saranno peggio i malefici del reverendo Moon, quello che sposò Milingo.