"Accarezzo il legno e mi dico: diventerà un clavicembalo"

Paolo Zerbinatti da 50 anni costruisce strumenti antichi, tutti pezzi singoli di cui spesso non esistono originali: «È una sfida»

Paolo Zerbinatti

L'antefatto. Alla fine degli anni Sessanta, quand'era studente di violino al Conservatorio di Udine, Paolo Zerbinatti, suonava nel tempo libero con un coetaneo che lo accompagnava al pianoforte; il repertorio era abbastanza semplice, d'impronta romantica, il risultato piacevole per due sinceri appassionati di musica. Ma qualche anno dopo il giovane violinista abbandonò il violino per dedicarsi al flauto dolce barocco, nella versione contralto, la più evoluta. Il sodalizio continuò, ma con un repertorio più antico perché così voleva il nuovo strumento. Eppure, questa volta proprio non funzionava. Il flauto barocco e il pianoforte non sono fatti per suonare insieme perché sono espressione di epoche e di stili diversi e i timbri non riescono ad amalgamarsi. Il giovane pianista, spazientito, un giorno sbottò: «Così non va. Qui occorre un clavicembalo». E Zerbinatti rispose, con assoluta ovvietà: «Hai ragione: proverò a costruirne uno».

Oggi, più di cinquant'anni dopo, gli strumenti realizzati da quell'ex allievo di violino poi laureatosi filosofia, sono conosciuti in Europa, hanno suonato nelle sedi più ambite, hanno inciso un numero imprecisato di dischi, uno in particolare premiato con il Diapason d'oro a Parigi nel 1992. Zerbinatti ha costruito clavicembali, virginali, spinette, clavicordi, claviciteri ma poi anche organi portativi, vielle, arpe, ghironde, salteri, tutti strumenti medievali, rinascimentali e barocchi, fino a esemplari rari e strani come la tromba marina, che a dispetto del nome è uno strumento a corde, e l'organistrum, una ghironda più grande e che richiede due esecutori. Inedita anche la ricostruzione, unica in Italia, di un autentico pianoforte ante litteram che è stata possibile grazie a un trattato del 1440. Tutti pezzi singoli, nulla fatto in serie. Alla fine dello scorso anno la città di Udine gli ha dedicato un'ampia mostra antologica nel teatro comunale, ma già nel 1985 i suoi strumenti erano stati esposti alla Villa Manin di Passariano, la più solenne tra le sedi di eventi in Friuli. Nel castello di Gorizia suoi pezzi sono esposti in una mostra permanente.

È una figura del tutto singolare tra i costruttori di strumenti antichi. La sua spinta è intellettuale, non commerciale. Per un finissimo musicologo come lui, specializzato in musica medievale e rinascimentale (tecnicamente: un organologo), costruire uno strumento è il modo migliore per conoscerlo, per penetrare all'interno dei suoni, capirne le dinamiche, risalire all'origine, quando invece la gran parte degli esperti si sofferma sull'aspetto estetico, come se si trattasse di un quadro e non di una macchina. Prima di essere un costruttore al servizio della musica, egli è uno studioso: curioso, colto e manualmente capace.

La sua attività è rivolta a riprodurre con la massima fedeltà strumenti antichi conservati in musei o collezioni in Europa: li individua, li disegna e li costruisce. Lo scopo è, appunto, quello di studiarli. Così, per esempio, ha fatto riproduzioni rigorose (copie è una parola squalificante) di clavicembali italiani e francesi dalla metà del Cinquecento alla fine Settecento, strumenti importanti lunghi anche due metri e mezzo, e poi decorati finemente. Il più complesso è stato un virginale inglese del 1668 impreziosito con centinaia di fiorellini dipinti sulla tavola armonica, come l'originale conservato a Edimburgo. Almeno mille ore di lavoro rivela dopo aver fatto due calcoli. Le riproduzioni sono possibili grazie anche al fatto che molti musei, soprattutto stranieri, mettono a disposizione degli studiosi sia le radiografie, che permettono di guardare all'interno, sia i disegni tecnici in dimensioni originali.

Ma oltre alle riproduzioni, Zerbinatti fa anche delle ricostruzioni: cioè costruisce strumenti di cui non esistono più originali e che si possono studiare solo attraverso l'iconografia disponibile e la trattatistica. E' il caso dell'organistrum, per esempio, la cui prima immagine compare nel XII secolo a Santiago de Compostela, oppure di certi piccoli organi portativi con la particolarità di una fila di canne fatte di carta: esiste un unico originale al museo Correr di Venezia, ma molto più grande; quelli di dimensioni minori si conoscono solo atttraverso pitture e miniature. Occuparsi di uno strumento nuovo è sempre una sfida ammette, spiegando che comunque ci sono cose che non s'improvvisano e non si apprendono dalla pur vasta letteratura mondiale: La conoscenza dei legni è essenziale; capire stagionatura, peso, scegliere le venature. Si usano cipresso, bosso, abete, ebano. Il legno è un istinto. Bisogna toccarlo, accarezzarlo, parlarci insieme dice con un tocco di romanticismo ed è esso stesso a suggerire come essere usato per dare il meglio. E qui riconosce la fortuna di avere attinto all'esperienza di Giorgio Rizzi, erede di una dinastia di ebanisti, un maestro nel suo campo.

Ad altre due figure Zerbinatti sa di dovere molto: a Sergio Gaggia, ingegnere e organista, grande esperto di cembali: Mi ha insegnato che cos'è la taratura di uno strumento, cioè l'insieme della corsa dei tasti, del tocco, della sagoma delle penne, della regolazione della meccanica, del modo di pizzicare una corda. Tutte cose fondamentali per la bellezza del suono, bellezza che ai suoi strumenti viene riconosciuta da chiunque li provi. E poi Gilberto Pressacco, direttore e ispiratore di un gruppo di musica antica nel quale Zerbinatti ha a lungo suonato molti strumenti di sua costruzione, tra i quali la ghironda, le cui corde sono fatte vibrare da un disco di legno azionato con una manovella, emettendo una voce che ricorda la cornamusa.

Ripensando al primo strumento improvvisato cinquant'anni fa, un po' spinetta un po' cavicembalo, oggi ammette: Aveva una tastiera recuperata da un pianoforte, una cassa sgraziata, una meccanica praticamente inventata. Ma fu l'occasione per cominciare a studiare. E racconta sorridendo che molti anni dopo portò quel numero uno in cortile e lo distrusse a colpi d'ascia: una scena un po' teatrale che ricorda i pentimenti di tanti artisti del passato. Per quel manufatto ibrido e vagamente ridicolo non c'era più né spazio né ragione. Mi è sufficiente ricordarlo con gratitudine e tenerezza.