Un’acerba Voce Selvaggia Il pensiero sfila in rivista

Lungo un arco di tempo che dal 1895 arriva all’ultimo decennio del Novecento, Giuseppe Lupo ci offre un diagramma dei maggiori periodici letterari italiani, schedandoli concisamente e soprattutto, di ciascuno, riportando lo scritto programmatico, a volte il «manifesto», che ne fissa i punti d’impegno sostanziali. Stabilito ragionevolmente il numero delle testate da selezionare - 120 - e rispettando l’ormai storico diritto di cittadinanza di almeno una cinquantina di periodici (da Poesia di Marinetti a La Voce e a Lacerba; da La Ronda al Selvaggio e a Solaria; dal Frontespizio a Corrente e a Campo di Marte; da Primato al Politecnico e a Nuovi Argomenti; da Officina al Verri e al Menabò...), non era facile, in primo luogo, stabilire quel minimo di pertinenza letteraria che legittima l’inserimento nel novero chiamato a rappresentare varietà e ampiezza di un fenomeno, appunto la rivista, rispondente di solito a una coalizione fra intelletti basata sul presupposto che una somma di energie (beninteso tra loro compatibili) raggiunga risultati preclusi a chi si spenda in solitudine.
Ma, ribadito il privilegio dei periodici ai quali la storia è stata propizia, quali delle innumerevoli riviste sono degne di essere salvate e quali invece di essere sacrificate? Si procederà per tendenze, finendo così coll’escluderne una ottima solo perché assomiglia a un’altra ancor più valida, e coll’includerne una, per contro, solamente in virtù dei sentieri anomali che imbocca o si propone di imboccare? D’altra parte, le difficoltà che han messo alla prova pazienza e talento di Lupo nell’allestimento del volume (Il secolo dei manifesti. Programmi delle riviste del Novecento, Aragno, pagg. 592, euro 32) sono quelle che ogni selezionatore conosce da sempre e lo affliggono perché, a conti fatti, egli s’accorge di non aver potuto seguire il criterio del valore assoluto.
Non vorrei prestarmi anch’io al gioco malizioso e vano del «chi c’è» e «chi manca», sùbito avviato da qualche recensore. Del diagramma tracciato da Lupo con encomiabile scrupolo di documentazione, credo sia più giusto segnalare - anche sulla scorta del saggio introduttivo di Giuseppe Langella, che interpreta il XX secolo come «secolo delle riviste» - ora l’infittirsi ora il rarefarsi, nel numero, di quei patti comunitari da cui di norma nasce una rivista. Solamente una forzatura critica c’indurrebbe a sostenere che il più e il meglio, in questo campo associativo, si realizzi quando i tempi lo esigono, ossia nelle fasi epico-tragiche di una nazione, per un quasi corale stimolo alla costruzione di una tribuna da cui si levino voci libere e adeguate. E non è neppur vero che, in questo campo, il più e il meglio si diano nelle epoche grigie, come se la fantasia creativa e ragionativa, organizzate tramite una rivista, volessero bucare la coltre di un’apatia diffusa. Può accadere che alla genesi di iniziative siffatte presiedano circostanze fortuite, magari una lite banale e di corto respiro, suscitatrice come che sia di più durevoli e vitali riflessioni. In fondo, l’irruenza giovanile di Papini e Prezzolini con il loro Leonardo ha motivazioni più individualistiche e caratteriali che non solennemente speculative; ma di lì, per gradi, si giunge a La Voce e al molto che per affinità e per contrasto se ne dirama.
Certo, non si potrà negare l’evidenza, ad esempio, di un moltiplicarsi delle riviste sull’epilogo o all’indomani della seconda guerra mondiale: di nuove, fra il 1945 e il ’46, Lupo ne campiona quattordici, corredate da articoli-programma, dove spicca il crisma della riconquistata libertà, anche istituzionale, che alle coscienze impone l’assolvimento di un cómpito non più solo letterario ma filosofico e pedagogico, ideale e politico. E l’interesse più rilevante, nel volume, è forse proprio nei «manifesti» dettati da una zona di confine tra la sfera della letteratura e ciò che la letteratura non può più considerare estraneo a se stessa. Con rispettosa, profittevole simpatia rileggiamo gli editoriali di periodici sorti a Firenze come Il Mondo di Bonsanti, Loria e Montale o Il Ponte di Calamandrei (aprile 1945), o a Milano, come L’Uomo di Apollonio, Bontadini e Del Bo, di ispirazione cattolica: ivi, l’8 settembre ’45, al penoso anniversario dell’armistizio si contrappone e sovrappone la festa liturgica della Natività della Vergine. Sempre a Milano, tre settimane più tardi esce il primo numero del Politecnico di Vittorini, con quel suo articolo - destinato a rapida celebrità - che ventila il progetto o l’utopia di una «nuova cultura», capace di difendere e non più di consolare soltanto.
Sì, l’esame di coscienza dell’intellettuale, con ammissioni di complicità, dolo e più spesso codardia, è ricorrente, dal 1944 al ’47 (ma Lupo recupera tra l’altro le dense pagine che mio padre, Raffaello, scrisse già alla vigilia del 25 luglio ’43 per un fascicolo di Argomenti che il precipitar delle cose non consentì poi di stampare). Il rigore ideologico e l’impulso morale s’intrecciano volentieri, in quegli anni, la letteratura cerca il suo nutrimento dovunque avverta possibile una maturazione nel segno della «civiltà». Non che per questo, a un raffronto retrospettivo, perdano di consistenza riviste come Paragone della Banti (e di Longhi) in cui il privilegio della scaltrita intelligenza e del gusto mirano a «raggiungere, sia pur da motivazioni apparentemente lontane e con gli strumenti più sottili e più acri, la regione morale dove ogni uomo si riconosce nel volto del suo simile». Parole del 1950.
Il lavoro di squadra non mortifica, anzi corrobora la qualità dei singoli. Sono risaputi i casi di polemiche interne sviluppatesi in corso d’opera (valga per tutti la vicenda de La Voce), oppure di unitaria difesa, come quando i redattori di Corrente o di Campo di Marte, fra il 1938 e il ’40, reagiscono alle scomuniche loro comminate dal tradizionalismo ottuso. Ma accanto ai periodici di attrezzata impostazione multidisciplinare - dal Politecnico ad Aut Aut a Civiltà delle Macchine... -, un riguardo specialissimo lo concederei a quelli che, in un breve volger d’anni, riescono a produrre uno stile, a esprimere (liberamente) una griffe tale che, allora e dopo, si dice: questo è «un autore di...», e si fa il nome della rivista di riferimento. Lo si constata ad esempio in coloro che - da Pasolini a Leonetti, da Roversi a Volponi - furono e rimangono i «poeti di Officina», intrinseci a quella rivista bolognese che, fondata nel 1955, chiuse già nel ’59.
Polemica e invenzione letteraria trovano in quella sede, e accogliendo apporti plurimi, un terreno fertile quale poche altre riviste del secolo possono vantare. Da Firenze, su La Chimera, Luzi discute le posizioni di Pasolini, che gli risponde. A Officina, periodico visceralmente agonistico, non serve esporre un programma: sicché Lupo è costretto a surrogarlo col saggio che, in apertura, Pasolini vi dedica al Pascoli. Non sarà un «manifesto» e tuttavia stabilisce capisaldi divenuti imprescindibili a una ricognizione spregiudicata della poesia moderna nelle sue linee portanti.