Ad Annozero spuntano addirittura le accuse di mafia per il premier

Il conduttore guru della sinistra prima lascia che Di Pietro dia più volte
del delinquente a Berlusconi. Poi passa la parola a
Travaglio che lo dipinge come un boss. <strong><a href="/interni/se_professionisti_anti_cav_tifano_silvio/09-10-2009/articolo-id=389318-page=0-comments=1">Ma i professionisti anti Cav tifano per Silvio</a></strong>

Roma - Michele Santoro la prende alla larga. È una mossa obbligata, trattandosi di faccende di mafia, complicatissime, avvolte nella nebbia, lontane nel tempo, puntellate da testimonianze contraddittorie. «Verità nascoste», come recita il titolo di Annozero. Si risale addirittura al 1992, e per fortuna che allora Silvio Berlusconi si dedicava ancora interamente a Fininvest, altrimenti l’avrebbero additato come il nemico pubblico numero uno. Ma Berlusconi c’entra sempre. E se non è lui, si tratta di qualcuno dei suoi.
La tesi di Santoro è semplice, pur nell’intricatissima matassa mafiosa. Un politico legato ai mammasantissima di Cosa Nostra (Vito Ciancimino) e due ufficiali dei carabinieri (il generale Mario Mori e il capitano Giuseppe De Donno) si incontrarono più volte nell’anno delle stragi in cui morirono i giudici Falcone e Borsellino. Mafia e Stato ebbero abboccamenti. Chi c’era dietro? Chi li voleva? Chi li copriva? A chi giovavano?

Ed ecco che salta fuori un nome vicino a Silvio Berlusconi, quello di Marcello Dell’Utri, sulla scorta delle recentissime dichiarazioni del pentito Nino Giuffrè che in aula l’ha definito «tra i politici di riferimento della mafia dopo la fine della Dc». Gli spettatori fanno due più due: Berlusconi è un mafioso. Ovviamente non è vero, l’attendibilità di Giuffrè è tutta da dimostrare, Santoro semina la trasmissione di condizionali, di forse e magari, e finge di frenare la foga forcaiola di Marco Travaglio che dà apertamente del mafioso a Berlusconi. Il messaggio che passa dai teleschermi - stringi stringi - è quello. Il Cavaliere con coppola e lupara.

Santoro non chiedeva di meglio che andare in onda il giorno dopo la bocciatura del Lodo Alfano, tuffarsi nella montagna di fango giudiziario che sta per essere riversato su Berlusconi. Anzi, è lui che apre le cateratte della melma. E appena sulle telecamere si accende la luce rossa della diretta dà la stura alla polemica tra Antonio Di Pietro e Niccolò Ghedini, una lite furibonda perché Di Pietro «con il massimo rispetto» dà del «delinquente» a Berlusconi, «un signore che diffama la Corte costituzionale, che si è messo a fare politica per motivi giudiziari, che sta reiterando procedimenti che fanno comodo a lui e agli amici suoi». Il premier sarebbe un diffamatore per aver detto che la Corte costituzionale si è comportata in modo sleale. Fatalità, poche ore prima, Santoro aveva usato la stessa espressione contro chi attacca il suo programma: «Dall’esterno continuano ad arrivare azioni di disturbo del tutto sleali nei nostri confronti».

È l'unica fiammata di Di Pietro durante l’intera trasmissione. Non è un magistrato esperto di mafia, sulle vicende legate a Cosa Nostra l’ex pm non dice nulla, è solo capace di litigare con l’avvocato di Berlusconi. Evidente che Santoro non l’ha invitato per parlare dei segreti siciliani, ma di Berlusconi. E il conduttore di Annozero gli lascia campo aperto, regala primi piani sul suo faccione contratto dalle urla. Dal Lodo all’odio il passo è brevissimo. Urla anche Ghedini, mandato all’ultimo momento ad Annozero per sostituire il viceministro leghista Roberto Castelli. Se non ci fosse lui a tentare di far tacere Di Pietro, le ingiurie e i veleni lanciati dal leader dell’Italia dei valori non avrebbero contraddittorio. Il battibecco è acceso, Di Pietro invoca la libertà di informazione, «che si è fatto questo, uno spinello?» esclama per zittire l’avvocato.

Santoro lascia che i due si sfoghino, è un avvio di trasmissione pirotecnico, lui stesso si atteggia a vittima: «Arriviamo davvero stremati in trasmissione. Non è che sto rimpiangendo solo i tempi della prima Repubblica quando ho cominciato, ma anche quelli dell’Editto bulgaro non mi sembrano poi così male rispetto a quanto sta succedendo ora». Poi Santoro manda la pubblicità e placa le acque. Il piatto forte della serata è già stato servito. Spegne il furore sul Lodo Alfano perché è sicuro di avere un asso nella manica da giocarsi in seguito. Quell’asso è il collegamento tra la mafia e Berlusconi sancito da Massimo Ciancimino, figlio di Vito, l’ex sindaco di Palermo legato ai boss. Ciancimino jr, che ha sulle spalle una condanna in primo grado per aver riciclato il patrimonio del padre, va in onda in diretta da studio e anche in registrata. Lui stesso ammette che le sue dichiarazioni nel corso del tempo sono contraddittorie.

Annozero si dipana lentamente, la mafia è un tema per specialisti, gli spettatori fanno fatica a seguire l’ingarbugliatissimo labirinto di dichiarazioni, collegamenti, spezzoni di confessioni da collegare, nomi che si accavallano. Ma in questo minestrone di mafia, politica, collusioni e complicità passa un teorema facile facile. Il solito trappolone. Ciancimino parla di rapporti tra mafia e politica. I pentiti fanno il nome di Dell’Utri. Sullo sfondo c’è l’inchiesta riaperta da Ilda Boccassini sui presunti legami tra Cosa Nostra e il Cavaliere, spezzettata tra varie procure, e che Berlusconi ha più volte evocato nelle ultime settimane. «Verità nascoste», le ha chiamate Santoro. Ma il suo gioco è tutto alla luce del sole.
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