Addio a Caltagirone, il costruttore di «a Fra’ che te serve?»

Narra la leggenda che Gaetano Caltagirone, morto ieri a 80 anni dopo una lunga malattia, ricevesse frequenti telefonate da Franco Evangelisti, braccio destro di Giulio Andreotti negli anni in cui il grande vecchio della Dc era uno dei politici più potenti d’Italia. E che il costruttore gli rispondesse con una frase lapidaria, da romano pratico quale era: «A Fra', che tte serve?». Il bello delle leggende è che nessuno le può smentire. Non le smentì neppure Caltagirone, personaggio diventato di una riservatezza assoluta, un imprenditore solitario, da tempo estraneo al gossip e ai salotti che pure l’avevano avuto protagonista negli anni della prima Repubblica.
Non ruppe la cortina di silenzio neppure il 3 luglio scorso, quando il presidente Giorgio Napolitano gli restituì l’onorificenza di Cavaliere del lavoro che gli era stata assegnata da Giovanni Leone e revocata da Sandro Pertini. Riconoscimento tardivo. Caltagirone fu inserito nel gotha dell’imprenditoria italiana a 48 anni il 2 giugno 1977 assieme a Giovanni Agnelli, Leonardo Pirelli e Silvio Berlusconi, tutti protagonisti di grandi avventure industriali. Il cavalier Caltagirone era stato l’erede più dinamico dell’impresa di costruzioni fondata agli inizi del Novecento in Sicilia dal nonno Gaetano.
Ma pochi mesi dopo quella cerimonia, il costruttore finì nello scandalo Italcasse con i fratelli Camillo e Francesco (il quale al cognome paterno aveva aggiunto quello della madre, Bellavista). Diciannove aziende del gruppo furono dichiarate fallite, i tre fuggirono negli Usa inseguiti da mandati di cattura cui si aggiunse il sospetto di finanziamenti illeciti ottenuti appunto dall’Italcasse: banche, imprenditoria e politica a braccetto. Era il novembre 1979. Nel 1988 giunse l’assoluzione definitiva, nel 1991 fu revocato il fallimento e nel 1992 ai Caltagirone furono restituiti «tutti i beni mobili e immobili acquisiti al fallimento».
Una piena riabilitazione, alla quale mancava la riconsegna del cavalierato. Ma infuriava Tangentopoli e nessun capo dello Stato, fino allo scorso luglio, ritenne di dover restituire il titolo all’imprenditore e cancellare quelle parole («indegnità e mancanza degli elevati requisiti morali e professionali») con cui un garantista a corrente alternata come Pertini (su proposta di un dc non andreottiano come l’allora ministro Giovanni Marcora) lo condannò all’infamia.
Nonostante fosse uscito con successo dalla vicenda giudiziaria, Gaetano Caltagirone non riprese l’attività imprenditoriale. Il gruppo rimase nelle mani dei familiari, i fratelli e il cugino Francesco Gaetano Caltagirone, che al mattone unisce interessi nelle banche e nell’editoria (il Messaggero). Lui si ritirò a vivere nella villa di Montecarlo, lontano dai riflettori e dai ricordi di gioventù, dal grande tifo calcistico per la Roma e dalla passione per il tennis; lontano dalle feste notturne durante la Dolce vita romana e dai tavoli da gioco, dove si dice puntasse somme iperboliche.
Una parabola chiusa nel silenzio. Che Gaetano Caltagirone non ha infranto neppure quando Napolitano (su proposta del ministro Claudio Scajola) gli restituì l’onore, 21 anni dopo l’assoluzione definitiva e pochi giorni prima dell’ottantesimo compleanno. «La famiglia Caltagirone esprime soddisfazione per un atto di giustizia che chiude una vicenda lunga e dolorosa. E ringrazia il presidente della Repubblica per la grande sensibilità»: queste le uniche parole fatte filtrare dai familiari.