Addio a Colajanni, comunista che amava l’economia

Indicò in anticipo la vulnerabilità di Mediobanca e gli errori del dopo-euro

Rodolfo Parietti

da Milano

L’ultima battuta al vetriolo, appena qualche giorno fa, l’aveva riservata a Stefano Ricucci: «Non è nemmeno un nuovo Gardini». Tagliente, mai allineato, anticonformista. Uno spirito libero e battagliero come il nonno garibaldino, il primo Napoleone della famiglia, grande meridionalista e fondatore del partito repubblicano. Napoleone Colajanni, scomparso martedì scorso alla soglia degli 80 anni, conservava da qualche parte una laurea in Ingegneria, ma la sua vera passione era l’economia, terreno fertile per seminare idee mai banali.
Più che un nemico, lui uomo di sinistra, Colajanni è stato uno studioso del capitalismo, un attento osservatore capace di analizzarne al microscopio evoluzioni e degenerazioni. Lo sdoganamento di Mediobanca, spesso raffigurata à gauche come il tempio del male, lo si deve anche ai suoi scritti, in cui all’unica vera banca d’affari italiana vengono riconosciuti i meriti di aver fornito risorse «a un capitalismo senza capitali» e di aver contribuito a creare un sistema finanziario, inesistente tra le macerie lasciate dalla seconda guerra mondiale. Quanto a Cuccia, per Colajanni era l’uomo che, con l’introduzione del patto di sindacato, era riuscito a sottrarsi alle ingerenze del potere politico. A Mediobanca, ben prima che il fortino finisse sotto assedio, Colajanni imputava però un difetto d’origine: quello di non essersi mai attrezzata per affrontare l’onda d’urto della concorrenza, essendo nata e cresciuta in un regime di monopolio. Il motivo? «Semplicemente perché mancavano i concorrenti».
E ora che il dibattito su Eurolandia è quanto mai acceso, val la pena di ricordare la sua denuncia sugli errori commessi dopo l’introduzione della moneta unica: dalla mancata riforma delle istituzioni all’assenza di concertazione tra le parti sociali, fino all’incompiutezza della riforma federalista. Scomodo quando rifletteva su una popolazione che invecchia e pone problemi «che non si possono risolvere alla vecchia maniera» con risorse che scarseggiano; critico nei confronti «dei numeri magici imposti da Maastricht»; severo verso una «imprenditorialità latitante» e una globalizzazione che crea «instabilità e crisi»; convinto che «la politica monetaria non può essere avulsa dalla politica economica», Colajanni aveva finito per litigare con tutti o quasi. A destra e anche a manca, soprattutto con quel tipo di sinistra che gli faceva male come un paio di scarpe strette: da quella berlingueriana, colpevole di essersi lasciata irretire dalle sirene del compromesso storico, fino a quella occhettiana che aveva traghettato il Pci verso la sponda di una nuova verginità politica e che aveva quindi liquidato con un pamphlet dal titolo eloquente: «La resistibile ascesa di Achille Occhetto».
Comunista era stato fin dal 1950, Colajanni; ma alla sua maniera, lui che aveva presto condannato i crimini di Stalin, lui che si definiva un «migliorista» quando l’appellativo costituiva ancora un marchio infamante, da affibbiare ai compagni in odore di eresia perché troppo impegnati in un progetto politico fatto di riforme mirate allo sviluppo delle forze produttive. Dopo 20 anni di Parlamento, dal ’79 non era più deputato; dall’89 non aveva più rinnovato la tessera di un partito che mai gli aveva riservato incarichi di potere. Ora tutti gli rendono omaggio. Giusto così.