Addio intimità, è il sesso al tempo del telefonino

Enna è una città nuda, senza più pudore. Il merito o la colpa è di uno studente. È stato lui a segnalare alla magistratura una serie di video a luci rosse diffusi su internet con il sistema del file sharing. Le attrici dei filmati, alcune inconsapevoli, altre meno, sono casalinghe, studentesse, insegnanti, tutte giovani, tutte belle. Il filmato più interessante mostrerebbe le prestazioni erotiche di un'impiegata di un ufficio della Provincia. È solo l'ultimo caso di un'Italia che si guarda allo specchio mentre fa l'amore. E poi, su Internet, si fa guardare.
La cosa mi ricorda il racconto Martians Go Home di Fredric Brown, in cui la Terra viene invasa da legioni di minuscoli omini verdi che si materializzano inaspettati in ogni dove pur di violare l'intimità degli umani, rendendo la vita intollerabile. Oggi quei marziani sono entrati nelle nostre vite. Stanno nelle tasche dei nostri soprabiti. Sono i pestiferi telefonini moderni, dotati di fotovideocamere digitali e in grado di sparare all'istante le immagini ad altri cellulari, o nell'oceano della Rete. Tutto viene fotografato, filmato, condiviso: dall'amplesso adulterino all'impiccagione di Saddam. Una smania voyeuristica sembra essersi impadronita di intere generazioni. Intendiamoci: fotografare e filmare le proprie imprese erotiche non è una novità. Già la società vittoriana conosceva la schizofrenia della censura totale in pubblico e del vizio più sfrenato in privato. Ma i due ambiti restavano, appunto, schizofrenicamente separati. «I miei sudditi possono fare quello che vogliono», era la pragmatica linea della Regina Vittoria. «Purché non lo facciano in pubblico, spaventando i cavalli».
Sui giornali a luci rosse di qualche anno fa cominciarono a comparire le prime foto porno amatoriali. Il loro successo fu immediato, così come andarono subito a ruba le videocassette girate da dilettanti che documentavano le imprese erotiche di gente comune. Poco importava lo scarso valore tecnico di quelle riprese, o le discutibili doti fisiche dei soggetti ritratti. Quel che contava era la possibilità di sbirciare, attraverso il buco della serratura, nella vita delle altre persone. Non meno schizofrenica dell'Inghilterra di fine Ottocento, l'Italia ha visto negli ultimi anni convivere una sempre più invasiva (e a tratti demenziale) adorazione della privacy, con un'altrettanto formidabile spinta alla condivisione delle nostre pulsioni ed esperienze più intime. L'ultima frontiera oggi è quella del file sharing: chi vi partecipa apre in pratica il suo computer agli altri, e può in compenso pescare dai computer altrui ogni tipo di file: musica, film, foto. Foto di tutti i generi. È attraverso il file sharing che tutti possono assistere in rete alle prestazioni sessuali di un'impiegata della provincia di Enna, o sentire alla radio in diretta, grazie all'aiuto di Pannella, quello che viene detto in un certo salone della reggia di Caserta. Democrazia assoluta? Dipende. Molto spesso le immagini che appaiono su Internet sono rubate, e messe in rete senza il consenso degli «attori». È chiaro allora che dal gioco passiamo a qualcosa di molto più pesante. A qualcosa di decisamente odioso. Mi viene in mente un club della swinging New York degli anni '80 di cui si legge nella biografia di Bruce Chatwin scritta da Nicholas Shakespeare: un locale diviso in due da un muro con tanti buchi a varie altezze. Accostando la parte anatomica di propria scelta a uno di quei fori si poteva ricevere questa o quella prestazione sessuale da uno sconosciuto che stava dall'altra parte del muro. Il file sharing mi fa pensare a quel locale. Difficile capire cosa spinge un ragazzo del liceo a filmare l'umiliazione di un suo coetaneo handicappato, o che gusto ci sia nel condividere con estranei le immagini della nostra prima notte di nozze. Immagino che il prossimo passo sia una webcam piazzata in un confessionale.
Poi però penso ad altre immagini forti, in qualche modo rubate, che sono entrate nella nostra vita: il filmato di Zaprudek sull'assassinio di John Kennedy, il pestaggio di un nero americano da parte della polizia, i volti dei dirottatori dell'11 settembre mentre passano il check in dell'aeroporto. Il ragazzo cinese che ferma i carri armati sulla piazza Tienanmen. Sono immagini che hanno fatto la storia. Come sempre, il mezzo è neutro: è l'uso che se ne fa, ad essere buono o cattivo.
Nel 1984 l'Olivetti tappezzò i muri delle metropoli mondiali con manifesti che mostravano un Pc con lo slogan «Il Grande Fratello NON ti sta guardando». Ora non potrebbe più scriverlo. Il Grande Fratello è arrivato. Siamo noi.