Addio a Kodra, i colori della fiaba

Era un personaggio un po’ misterioso Ibrahim Kodra, figura ben nota nell’ambiente artistico milanese. La sua era stata una vita avventurosa. Era nato a Likmetaj, una frazione del paese di Ishimi, in Albania, il 22 aprile del 1918. Aveva perso la madre a tre anni, a otto era scappato di casa. Suo padre, un ufficiale di marina che si interessava anche di arte e di poesia, era troppo spesso assente per potersi occupare di lui. Così il giovane Ibrahim era stato educato a Tirana alla corte di Re Zogu. Qui, protetto dalla Regina madre che aveva preso a benvolerlo, aveva seguito studi di indirizzo scientifico e, successivamente, una scuola d’arte.
Questa sua nascita straniera, e questa educazione un po’ fiabesca, contribuivano a fare di lui una figura singolare («Se Kodra fosse vissuto in epoche remote, anziché pittore potrebbe essere stato alchimista» aveva scritto di lui un critico), anche se ormai era praticamente milanese. A Milano, infatti, era giunto accompagnato dal padre nel 1938, a vent’anni, con una borsa di studio messa a disposizione dalla regina stessa, e con un altro sussidio, datogli dal governo italiano. Si era subito iscritto all’Accademia di Brera, e si era trovato in un ambiente quanto mai stimolante: corsi di pittura con insegnanti che erano Carrà, Carpi, Funi, Messina, compagni di corso che si chiamavano Chighine, Francese, Alik Cavaliere, Cassinari, Morlotti...
È in questo clima, pur sullo sfondo sanguinoso della guerra e della guerra civile, che inizia i suoi primi lavori. Disegni drammatici, come gli suggerisce il momento storico. C’è una Figura straziata, per esempio, che realizza nel 1944, in cui non si capisce se si è di fronte a un uomo o a una donna, a un carnefice o a una vittima, e in cui il cubismo picassiano, che allora circolava fra i giovani artisti, e, più ancora, qualche fatto atroce che Kodra doveva aver visto di persona, collaborano a formare un espressionismo doloroso. E, soprattutto, autentico.
Qualche anno dopo, però, Kodra approda all’astrazione. Sono gli anni in cui il poeta Paul Eluard dice di lui: «Kodra è il primitivo di una nuova civiltà», e in cui fa parte del gruppo di «Linea», su cui scrivono Borgese, Carluccio, Ballo e altri. Abbandonato l’espressionismo, che rischiava di diventare un’accademia (Longhi parlava, per l’informale, di accademia dell’angoscia, ma la definizione è valida anche per altre tendenze), trasforma il suo picassianesimo in un gioco di intarsi, in una geometria di volumi sfaccettati e colorati.
La figura emerge ben presto di nuovo, nelle sue composizioni, ma accompagnata da segni liberi e disordinati, da una grafia nervosa e indecifrabile. Nascono così, negli anni Sessanta, i suoi famosi Personaggi: figure schematizzate, uomini-robot, creature a metà fra l’automa e il manichino, con il volto quadrato o rettangolare come in certi fumetti d’anteguerra. C’è in queste opere un gusto per il ritmo geometrico, ma anche per il pupazzo e la bambola, per il gioco infantile e la maschera.
Marco Valsecchi scriveva in quegli anni: «Si direbbe che Kodra, tra le sfaccettature del tardo cubismo del primo dopoguerra abbia rintracciato le scaglie luminose dei vecchi mosaici bizantini, i bagliori delle antiche moschee e la favolosità dei pastori che bivaccano sulle pendici dell’Olimpo». Ma in realtà la critica era di rado così compiacente. La stilizzazione di Kodra, a metà fra astrazione e figurazione, in anni in cui queste direzioni di ricerca erano considerate opposte e inconciliabili, non era fatta per piacere a molti.
Pure non gli mancarono alcuni estimatori convinti: Joppolo, il già citato Valsecchi, Testori, De Grada sono tra i primi a consacrarlo, seguiti da molti altri, da Crispolti a Carlo Bo, da Montalto a Franza. Fra le sue opere, del resto, non ci sono solo figure. Meno noti, ma forse più felici, i paesaggi. Il ciclo di Albania fantastica, ad esempio, o di Capri, eseguiti negli anni Novanta, che assomigliano a piccoli presepi in cui emerge qualche ricordo classico, hanno una grazia infantile che commuove. Soprattutto se si pensa che l’artista li ha realizzati quando stava per compiere ottant’anni. Ora nella sua casa-museo in piazzale Lagosta rimangono molte opere. E Milano, se non altro per riconoscenza, dovrebbe dedicare un omaggio a questo milanese d’Albania, che alla sua città d’adozione ha voluto legarsi per sempre.