Addio a Umberto Eco, il "prof" che si interrogò sul futuro del romanzo

La sua opera di narrativa più riuscita è "Il pendolo di Foucault", di molto superiore al celebre "Il nome della rosa". "Numero Zero" la prova meno convincente

Ho avuto negli ultimi mesi uno scambio di mail con Umberto Eco, e niente mi aveva fatto pensare alla sua malattia e alla sua possibile scomparsa. Mi era sembrato vivissimo, pieno di humour e di ironia, di curiosità intellettuale, di attenzione a tutto ciò che appare criptico. Discutemmo dei nostri indirizzi elettronici «criptati» e mi svelò il significato del suo, legato alla sua infanzia e al suo romanzo più grande.Che è, per me, lo premetto, Il pendolo di Foucault, destinato a rappresentare una svolta di innovazione nel sistema narrativo con molta più forza che Il nome della rosa, il suo successo più universalmente riconosciuto. Quando quest'ultimo uscì, nell'80, Eco era già notissimo per la sua attività saggistica. Opera aperta (che gettò le basi del Gruppo 63, di cui fece parte insieme a Guglielmi, Sanguineti e altri), Diario minimo, Apocalittici e integrati, La struttura assente, ne avevano fatto un punto di riferimento per chiunque della mia generazione si interessasse di estetica, di sociologia della cultura, di linguistica, di semiotica, disciplina di cui ebbe la cattedra, nel '75, al DAMS di Bologna. Una vera enciclopedia del sapere, ma di un sapere rivolto a privilegiare, rispetto ai valori dello spirito e del desiderio di creazione, quelli dell'analisi e della comunicazione, in linea con il bisogno di modernità di larghi strati della società italiana negli anni del boom economico, ma in cui oggi riesce difficile riconoscersi. Eco scriveva di Mike Bongiorno e di Joyce, mescolava la cultura popolare con quella d'élite, specializzazione accademica e giornalismo. La via del romanzo probabilmente fu quella che gli consentì di trovare la quadra di tutta l'esuberanza intellettuale del suo mondo: nel romanzo, tutto poteva entrare e comporsi in una veste nuova e felice, senza contraddizioni. Così nel Nome della rosa entrano le sue competenze di medievista e di studioso di San Tommaso d'Aquino (si era laureato in Filosofia nel '54, proprio con una tesi su questo pensatore), la sua vena di parodista, il suo gusto del romanzo di genere, nella fattispecie il giallo, la sua ideologia secondo cui il senso del comico prevale su quello della verità. Il nome della rosa non mi piacque allora. Forse oggi apprezzerei di più le avventure di Adso da Melk e di Guglielmo da Baskerville, nella fosca abbazia medievale dove si svolge l'azione. Certo non accetterei neppure oggi la tesi ideologica del libro, nemica della ricerca spirituale della verità. Poi venne Il pendolo di Foucault. La stroncatura irridente di Pietro Citati, che vedeva in Eco un saltimbanco e un falsario, non mi impedì di appassionarmi a quel romanzo e di metterlo subito nel mio pantheon personale dei libri che rinnovano l'immaginario letterario e aprono nuove possibilità narrative, il giusto contrario di quanto pensano, ad esempio, Alfonso Berardinelli e Franco Cordelli. I tre protagonisti, Casaubon, Jacopo Belbo e Diotallevi, iniziano una ricerca sui Templari che li porta a confrontarsi con tutto il sapere magico e iniziatico dell'Occidente, dagli Gnostici ai Bogomili sino ai Catari e ai Rosa Croce. L'intento è parodico, tanto che Eco ha potuto affermare che Dan Brown, più che un suo imitatore, è un suo «personaggio». Ma la sostanza narrativa è appassionante quanto rarissimamente capita nei romanzi italiani, avvalendosi di tanti registri, avventura, thriller, esoterismo, memoria (Belbo che racconta della sua infanzia piemontese). I successivi romanzi, L'isola del giorno prima, Baudolino, sono meno coinvolgenti, sino a Il cimitero di Praga, che mi sembra riprendere il tema del rapporto fra la realtà storica e la sua manipolazione con un brio e uno scintillio di intelligenza che, al di là della trama stessa, seduce a ogni pagina.L'ultimo romanzo, Numero Zero, ambientato ai nostri giorni e nel mondo dei giornali, è sicuramente una prova più debole. Ma quando Eco lo ha definito di andamento jazzistico, rispetto all'andamento sinfonico degli altri, me lo ha reso in qualche modo caro. Eco stava per imbarcarsi in una perigliosa navigazione nell'editoria italiana su La nave di Teseo. Uomo di terra e di città, ha finito i suoi giorni con una sfida, un azzardo, da capitano di mare, e anche questo non finisce di sorprendermi.