Adesso anche all’Europa piace l’etichetta «Made in»

SVOLTA Dal Parlamento di Strasburgo il primo sì alla legge simile a quella già adottata in Italia

Fine di un abuso, o almeno così pare. In Europa, come in Italia, tutelando, finalmente, chi produce davvero nel Vecchio Continente, a scapito dei tanti gruppi industriali che fabbricano i propri beni in Cina o in Vietnam e poi li presentano ai consumatori come europei. Già, perché fino a ieri la Ue non contemplava leggi per regolare l’uso dell’etichetta made in.
L’Italia è stato il primo Paese a dire basta, poche settimane fa, quando il Parlamento ha votato all’unanimità la legge promossa dal leghista Marco Reguzzoni e valida per il tessile, la pelletteria e le calzature, in base alla quale solo le aziende che effettuano almeno due fasi di lavorazione su quattro possono esibire il marchio Made in Italy. Un provvedimento sacrosanto, che prevede tra l’altro l’obbligo della tracciabilità, ma sul quale, fino a ieri, pendeva il rischio di una procedura d’infrazione europea, come capita sempre quando una legge nazionale è in contrasto con la normativa europea.
Quel rischio ora è quasi svanito, perché l’Unione europea ha adottato, in prima lettura, un provvedimento molto simile a quello italiano, sebbene per ora limitato al tessile. Una svolta considerata improbabile fino a poche settimane fa, per l’opposizione di molti Paesi del Centro e del Nord Europa, ma che ieri è diventata realtà. La Commissione Mercato Interno del Parlamento europeo ha infatti approvato il regolamento sull’indicazione dell’origine dei prodotti. Per entrare in vigore dovrà essere votata in aula e, soprattutto, ricevere il via libera del Consiglio europeo; ma è improbabile che venga ostacolata, considerando che è sostenuta dai tre principali gruppi politici - i Popolari, i Socialdemocratici e i liberali - riuscendo per una volta a superare divergenze e inimicizie.
Quella legge, che in origine riguardava solo i beni di provenienza extra Ue, prevede alcuni emendamenti che portano la firma di una giovane, attivissima eurodeputata italiana del Pdl, Lara Comi. Emendamenti decisivi perché di fatto armonizzano la versione europea con quella italiana. «Anche l’Europa prevede i due passaggi - spiega la Comi al Giornale -, la differenza è che lascia al produttore che rispetta i requisiti la facoltà di usare il made in», mentre il testo italiano contempla l’obbligatorietà. Un’apparente, parziale marcia indietro, che però non risulta più tale, se si considera che la versione europea «vieta l’uso del marchio a chi non rispetta i parametri». Insomma, offre un’opportunità ai virtuosi e punisce gli abusi.
«Non è stato facile per le forti resistenze da parte di francesi e tedeschi», spiega la rappresentante italiana, originaria di Garbagnate Milanese, alla sua prima legislatura a Strasburgo, «ma poi è prevalso il desiderio di tutelare il consumatore. Il provvedimento prevede l’obbligo di indicare il luogo di fabbricazione dei prodotti provenienti da fuori della Ue. Dunque la scritta made in China o made in Vietnam apparirà sui capi di abbigliamento. E questo permetterà in futuro all’acquirente di valutare se il prezzo richiesto, spesso esorbitante, sarà giustificato oppure no».
L’Unione europea intende anche migliorare la salvaguardia della salute prescrivendo l’indicazione se il capo ha effettuato o meno il test Reach sui coloranti nocivi; inoltre «verrà precisato anche l’eventuale uso di sostanze animali», spiega la deputata del Pdl.
Non è un caso che il regolamento, ideato nel 2005, sia rimasto insabbiato per cinque anni. Queste norme non piacevano alle lobby di certi grandi marchi che sono riuscite a ostacolarle in sede comunitaria. Ma la crisi ha esasperato i piccoli produttori, come in Italia i «Contadini del tessile», che hanno alzato la voce; trovando nel mondo politico non le solite risposte retoriche ed evasive, ma qualcuno disposto a battersi per loro. Con risultati inaspettati, sia a Roma che a Strasburgo.