Adesso Fini rinnega pure la riforma presidenziale Ma nel '92... ecco il video

Dall'Msi ad Alleanza nazionale, Fini ha sempre fatto del presidenzialismo una bandiera programmatica. Ecco l'appello lanciato nel 1992: <strong><a href="/video/quando_fini_era_ancora_favore_presidenzialismo/id=finipresidenzialismo" target="_blank">VIDEO</a></strong>. Ora, invece, frena alla proposta del Cav di riformare la Carta

Roma - Correvano le ultime settimane del 1994. Un giovane Gianfranco Fini si serviva dell'ultimo comitato centrale missino per lanciare alcune parole d'ordine, prima di rimandare il confronto interno al congresso del 25 gennaio che avrebbe sancito la fine dell'Msi e la nascita di Alleanza nazionale. Per contrastare il crescente consenso della Lega di Umberto Bossi, il successore di Giorgio Almirante puntava sul presidenzialismo per mitigare le spinte federaliste che iniziavano a farsi strada nel parlamento italiano.

"Non c'è federalismo senza presidenzialismo. E anche all'interno del federalismo, sempre per evitare un lavoro inutile a Bossi, avviso che An non accetterà mai un'ipotesi che metta in discussione la sovranità dello Stato in ordine a tre grandi poteri: la toga e cioè l'amministrazione della giustizia, la spada e cioè il controllo dell'ordine pubblico e la moneta, vale a dire la possibilità di stampare banconote. A questi poteri ne aggiungo un altro, la cattedra e cioè l'istruzione che dovrà essere sempre governata dallo Stato e non a livello regionale". Al tempo del traghettamento dell'Msi Fini già aveva in mente una destra più "moderna" e appetibile agli elettori. Insomma, una destra più presentabile pur mantenendo saldi i cardini del pensiero conservatore in Italia. Tra questi, c'era appunto il presidenzialismo: concentrare il potere esecutivo nelle mani del capo dello Stato che, eletto direttamente dal popolo, è anche il capo del governo (guarda il video). D'altra parte, il presidenzialismo fa parte del dna della destra italiana. Da Randolfo Pacciardi a Giano Accame fino a Giorgio Almirante, la riforma della Carta costituzionale è sempre stata sventolata come bandiera programmatica.

Anche nel discorso conclusivo al Congresso di scioglimento di Alleanza nazionale, prima di confluire insieme a Forza Italia nel Pdl, Fini ha posto alcuni paletti. Tra questi il presidenzialismo, appunto. E l'allora leader di An aveva proprio in mente il modello statunistense che si basa su di una netta separazione tra l'esecutivo e il parlamento.

Nel corso del tempo, però, Fini inizia a perdere pezzi per strada e a dire nero se Silvio Berlusconi dice bianco. Sin dagli albori del Pdl, infatti, l'ex leader di An aveva iniziato a porre sempre più distinguo. E così, quando il Cavaliere proponeva il modello semipresidenzialista francese, Fini si diceva disgustato dalla piega che stava prendendo il dibattito sulle riforme: "Con un approccio a slogan di scegliere un modello piuttosto che un altro, rischiamo di ripetere le vicende che abbiamo già conosciuto, ovvero di tante chiacchiere e pochi fatti".

Con la definitiva rottura e la successiva nascita di Futuro e Libertà, il presidente della Camera ha definitivamente svelato il proprio gioco: "Berlusconi rilancia l’ipotesi del presidenzialismo: mi fa piacere, ma in questa legislatura sarà complesso affrontare la questione. Se la maggioranza deciderà di seguire la via del presidenzialismo, non è detto che l’opposizione le va vada dietro. Mi auguro che non ci si fermi ai titoli dei giornali". Ieri, infini, la picconata definitiva. Da una parte Berlusconi che chiedeva di "dare più poteri al premier e di toglierne al Quirinale", dall'altra il laeder del Fli che invitava il Cavaliere a non attaccare Napolitano. "Che Fini abbia rinnegato ogni valore lo sanno tutti - commenta amaramente Francesco Storace - da oggi cancella anche il presidenzialismo".

Al vaglio del parlamento, rivela il vicepresidente dei senatori Pdl Gaetano Quagliariello, ci sono progetti "già molto sviluppati" per effetto di una elaborazione che dura da mesi e che va nella direzione di una istituzionalizzazione di ciò che esiste nei fatti. "Stiamo lavorando a un premierato modello Westminster - spiega l'esponente del Pdl alla Stampa - in modo da poter assegnare al capo del governo, finalmente anche in Italia, poteri che gli diano piena autonomia". I tempi (seppur stretti) per attuare la riforma ci sono. "Alla fine della legislatura mancano 18 mesi ed effettivamente rischiamo di non avere i tempi giusti per completare una riforma di questa portata, anche nel caso improbabile che il centrosinistra aprisse su questo terreno m- spiega il ministro Gianfranco Rotondi - fa bene Berlusconi a rilanciare sui temi forti, che richiamano l’identità e il programma del centrodestra, perché questa riforma, prima o poi si farà, si dovrà fare per il bene del Paese". Anche per Maurizio Gasparri esiste un problema che, prima o poi, deve essere risolto: "I poteri del presidente del Consiglio sono stati limitati dai nostri costituenti e in questo senso la nostra Costituzione è datata. Personalmente sono per un presidenzialismo all’americana ma condivido il punto di caduta che si è trovato nel centrodestra, l’elezione diretta del premier".

Ma Fini non ci sta. Sebbene sia sempre stato favorevole a uno "snellimento" dell'iter parlamentare approvando una riforma che trasformasse la repubblica italiana da parlamentare a presidenziale, adesso il leader del Fli si allinea alla sinistra e pone un altro (l'ennesimo) veto alla stagione di riforme voluta dalla maggioranza.