Adesso l'Italia ha paura: 7 milioni di case a rischio

La denuncia dei geologi: "A norma solo
un terzo delle abitazioni. In California un terremoto come questo non avrebbe
provocato morti&quot;. Giuliani: <strong><a href="/a.pic1?ID=341979">&quot;Scossa prevista&quot;</a></strong>

Franco Barberi, vulcanologo ed ex sottosegretario alla Protezione civile, è convinto che «in California un terremoto così non avrebbe fatto nemmeno un morto» perché sulla costa americana del Pacifico, dopo la devastazione di San Francisco, gli edifici non sono (come da noi) «vecchi, mal fatti e di cattiva qualità». Enzo Boschi, presidente dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia, ripete che nell’Aquilano «i crolli hanno coinvolto case non costruite per sopportare una scossa che non è stata particolarmente violenta». Perché quello dell’altra notte, secondo Boschi, non è stato un terremoto eccezionale ma «una tipica scossa appenninica, come se una parte del sottosuolo scendesse più in basso di una decina di centimetri».

Il colpevole numero uno della tragedia abruzzese sembrerebbe dunque l’uomo, non la natura. Eppure, dal punto di vista degli studi e della ricerca sugli eventi tellurici, l’Italia è un Paese all’avanguardia. Dopo le scosse di San Giuliano di Puglia è stata ridisegnata la mappa delle zone più pericolose: «Un lavoro ottimo, scientificamente molto avanzato e in costante aggiornamento», garantisce l’ingegner Gian Michele Calvi, presidente del Centro europeo di ricerca e formazione in ingegneria sismica.

Prevedere è impossibile, ma calcolare le probabilità sì, e quindi anche allertare le autorità dei luoghi a rischio maggiore. Eppure all’Aquila, provincia a elevata pericolosità, sono inagibili proprio i due edifici che dovrebbero funzionare a pieno regime dopo un terremoto: ospedale e prefettura. Invece la struttura sanitaria è stata evacuata, mentre la centrale operativa dei soccorsi è nella caserma provinciale della Guardia di finanza. Davvero non si poteva far nulla?

La Protezione civile calcola che in Italia siano 80mila gli edifici pubblici «vulnerabili»: scuole, ospedali, uffici, caserme. A essi vanno aggiunte le infrastrutture presenti in zona (strade, ferrovie, ponti). Le scuole costituiscono una vera emergenza: quelle edificate in zone a rischio sarebbero 22mila, 16mila delle quali in aree ad alto rischio; di queste circa novemila sarebbero prive di criteri antisismici e potrebbero subire danni in caso di scosse. Si calcola che gli ospedali da mettere a norma siano invece 500.

Costruzioni vecchie, realizzate secondo criteri che ignorano il rischio sismico e che andrebbero adeguate. Una legge in materia fu introdotta nel 1974, gli edifici successivi sono sicuri, quelli antecedenti no. «Bisogna investire nella messa in sicurezza dei fabbricati preesistenti - afferma Calvi - altrimenti continueremo ad avere morti, crolli, danni ingenti all’economia». «Ci si emoziona di fronte a ogni terremoto - aggiunge Boschi - tuttavia non fa parte della nostra cultura erigere immobili in modo adeguato nelle zone sismiche».

Ma a chi tocca intervenire? Chi decide le priorità? Chi stanzia i soldi necessari? Un’autorità centrale specifica non esiste. Così gli enti responsabili sono una miriade: le regioni hanno competenza per ospedali e strutture sanitarie, le province e i comuni per le scuole, lo Stato per prefetture e caserme. Dal 2003 la Protezione civile dirama con regolarità ordini di verifica, i controlli però sono impossibili. Soprattutto, è impossibile capire quali siano le priorità. Le risorse economiche sono limitate, e anche se il Paese attraversasse una fase di boom economico sarebbe impensabile mettere in sicurezza tutte le migliaia di scuole e ospedali insicuri. E in ogni caso, sarebbero lavori impossibili da eseguire tutti assieme: bisognerebbe dunque pianificare interventi in un lungo arco di tempo, almeno un decennio. Quando si parla di prevenzione, oltre che i finanziamenti bisogna attribuire anche il potere di decidere.

Lo stesso discorso andrebbe fatto per il patrimonio edilizio privato. Un monitoraggio completo su scala nazionale non è stato fatto, ma soltanto una mappatura in alcune aree particolarmente a rischio. Secondo statistiche Istat elaborate dall'Associazione nazionale dei costruttori edili, le case costruite in base alla normativa del 1974 sono un terzo del totale in quanto gli immobili a uso abitativo costruiti prima di quell’anno sono 7,2 milioni, il 64 per cento. Si stima che tre milioni di italiani vivano in zone a elevata sismicità, soprattutto lungo la dorsale appenninica del Centro e Sud Italia (dalle Marche alla Calabria fino alla Sicilia), quasi 21 milioni in aree a media sismicità, più di 15 milioni e mezzo in aree a bassa sismicità e circa 20 milioni in aree a sismicità minima. Oltre un terzo del territorio nazionale presenta un rischio terremoti medio-alto.