Adozioni internazionali, ecco il listino prezzi

In Italia una famiglia su due rinuncia dopo aver avviato la pratica. Cifre elevate, tempi lunghi e burocrazia scoraggiano 50mila potenziali genitori

Nino Materi

Dietro molte delle adozioni internazionali c’è un business senza scrupoli e senza regole. Con tanto di «listino prezzi». Più alta è la somma che si è disposti a pagare, più aumenta la possibilità di scelta da parte degli aspiranti genitori.
Caso Madonna docet. Ciò che è accaduto lo ha visto il mondo intero. La popstar è volata in un villaggio del Malawi (il Paese più povero del mondo), ha lasciato alle autorità locali un assegno di 30 milioni di euro e - nel giro di pochi giorni - si è portata nella sua villa di Londra un bimbo di 13 mesi. Ovviamente non tutti possono contare sulla disponibilità economica della cantante, ma anche per i «comuni mortali» vige lo stesso principio: mettendo mano al portafoglio le procedure burocratiche si snelliscono, i tempi di attesa si accorciano e la possibilità di scegliersi il figlio più carino aumentano.
Anche in Italia l’adozione internazionale è un grande business. O meglio, un grande Far West dei sentimenti dove chi è disposto a calpestare quelli altrui ha ottime possibilità di arricchirsi. Basti pensare che dopo la legge del 2001, che per le coppie adottive stabilisce l’obbligo di affidarsi a un ente autorizzato per le adozioni all’estero, queste associazioni si sono moltiplicate come funghi: fino a sei anni fa potevi contarle sulle dita di una mano, ora sono quasi un centinaio. Una giungla che offre bimbi «chiavi in mano», senza farsi scrupolo di indicare tariffe comprensive perfino delle mazzette da allungare ai funzionari nei Paesi dove si è scelto di adottare il bambino. Quando si parla di «borsino» non scherziamo: il fixing dell’adozione cambia da nazione a nazione a da intermediario a intermediario. Secondo infatti una documentata ricerca curata dall’associazione «Donna e qualità della vita» su un campione di 100 enti autorizzati all’adozione, un bimbo proveniente dallo Sri Lanka «costa» 5.100 euro, mentre un piccolo originario della Bulgaria ne «vale» 7.200; poca cosa rispetto ai 18mila (ma secondo il Ceis di Ancona, che si occupa di affidi e accoglienza di minori in difficoltà, si può salire fino a 30mila euro) richiesti alle coppie italiane, che poi devono farsi carico anche di quattromila euro sotto la voce «spese fisse».
Insomma, la galassia delle adozioni è piena di buchi neri che possono risucchiare nella loro orbita denaro, speranze e affetti. Fino ai casi limite in cui la commistione con la criminalità assume aspetti terribili: è risaputo, ad esempio, che gli istituti minorili di certi Paesi dell’Est europeo, del Sud-est asiatico e della Colombia rappresentano la «fonte» per affari sporchi come il traffico di organi e il turismo sessuale. Nel migliore dei casi si tratta di viaggi senza ritorno in una dimensione spazio-tempo dove i più ancestrali sentimenti di maternità e paternità vengono frustrati da nemici tanto invisibili quanto insidiosi: burocrazia esasperata, assenza di leggi, norme in conflitto da un Paese all’altro.
Un microcosmo mai sufficientemente esplorato e compreso nei suoi mille aspetti, come conferma il sondaggio curato dall’associazione «Donne e qualità della vita» che il Giornale è in grado di anticipare nei suoi risultati più clamorosi. A cominciare da una cifra choc: ogni anno 5 famiglie su 10 rinunciano a portare a termine le pratiche per l’adozione a causa di lentezze burocratiche e costi eccessivi; due realtà ben conosciute dalle 50.000 coppie italiane che, ad oggi, hanno ottenuto il certificato d’idoneità all’adozione.
La stragrande maggioranza degli intervistati (39%) non ha dubbi: il vero problema è rappresentato dalle lungaggini burocratiche e dai tempi di attesa (in media tre anni e mezzo) che appaiono, talvolta, insormontabili.
Altro fattore non trascurabile è quello economico, citato nel 31% dei casi; per il 12% del campione, invece, le famiglie si fermano a metà del percorso per le difficoltà e le problematiche poste dai Paesi d’origine dei bambini. Infine l’11% rinuncia dopo aver concepito un figlio prima di ottenere l’adozione, mentre il restante 4% abbandona per altri motivi.
Serenella Salomoni, presidente di «Donne e qualità della vita», non ha dubbi: «Ci si interroga ancora troppo poco su cosa succede a quelle coppie che interrompono l’iter adottivo, ignorando quali problematiche affrontano».
Ma in quale fase si interrompe l’iter di un’adozione? La maggior parte delle famiglie getta la spugna prima dell’assegnazione del bambino (45% dei casi), mentre il 28% rinuncia ancor prima di ottenere dal Tribunale dei minori la dichiarazione d’idoneità. Il 17% del campione, invece, decide di rinunciare prima di contattare l’ente autorizzato al sostegno del percorso adottivo, disorientato probabilmente dalla difficoltà di scegliere tra gli oltre 70 Enti esistenti preposti a questa funzione. Il restante 4%, invece, lo fa qualche anno dopo aver adottato un bambino, rinunciando così a proseguire l’esperienza.
Ad oggi, i bimbi stranieri adottati da coppie italiane sono poco meno di 15.000. Secondo la Commissione per le adozioni internazionali (organo di coordinamento della presidenza del Consiglio dei ministri) è possibile stilare anche una sorta di identikit del genitore adottivo: gli italiani che fanno domanda di adozione internazionale hanno in media 41 anni (gli uomini) e 39 anni (le donne). Il 90,6% delle coppie non ha figli, mentre il restante 9,4% ha già uno o più bambini: una condizione quest’ultima che - nel caso l’iter di adozione dovesse rivelarsi un fiasco - può almeno aiutare a cicatrizzare la ferita.