«Adriano e Ronaldo vittime di questo calcio»

Ha salvato il Maiorca, ma non dimentica l’Italia: «I brasiliani schiacciati tra club e nazionale. Ronie bizzoso? Mai davanti a me»

Riccardo Signori

È tornato a suonare il sax, ha ricominciato con il tennis, si è sentito di nuovo skipper d’alto mare manovrando il timone della sua barca. Hector Cuper è tornato in pace con la coscienza e con il calcio, navigando tra le burrasche della Liga spagnola. Sempre in fondo alla classifica, o quasi, per miracolare il Maiorca. Iuliano e Farinos le sue stelle. Ora è una squadra che guarda al futuro con l’ottimismo di chi l’ha scampata bella e punta all’Europa, al costruire una squadra meno avventurosa. Cuper era tornato a Maiorca, dove aveva raccolto successi lasciandola in Champions League, accolto come un salvatore della patria. Impresa da grattarsi la crapa anche per un duro come questo signore, che ha sempre fatto della serietà di comportamento uno stile. Ne sanno qualcosa all’Inter: tutti pronti al pissi pissi dietro le spalle.
Ora nel futuro ci poteva essere un’altra idea italiana: Roma. Signor Cuper ci sta pensando?
«No, nel futuro c’è il Maiorca. L’esperienza con il presidente Alemani è stata straordinaria. Impagabile. Abbiamo un futuro da studiare insieme. Sono arrivati segnali anche da altre parti. Però ci sono priorità da rispettare. Roma ha una grande tifoseria e un ambiente elettrizzante, lo stadio romanista mi ha sempre esaltato. Anche se, per un allenatore come me che si è identificato tanto con l’Inter, c’è il rischio di sentirsi un po’ traditore nel fare troppi complimenti ad altri».
Salvare il Maiorca è stata impresa impossibile. Come vincere con l’Inter?
«Certe imprese capitano una volta ogni trent’anni. Ma capitano solo a chi ci crede fino alla fine. Shevchenko, dopo la finale di Istanbul, ha detto una cosa semplice, ma profonda: il calcio a volte prende, e a volte toglie. A me, questa volta, ha restituito qualcosa. Purtroppo il destino non ti restituisce qualcosa dove vorresti. Questo se vogliamo parlare di destino. Se parliamo di Inter, diciamo che è una grandissima squadra destinata a vincere. Sarebbe importante conquistare la coppa Italia per familiarizzare con il successo e perché dimostrerebbe la bontà del gran finale nerazzurro».
Ma lo spogliatoio è sempre turbolento. Fontana ha descritto uno spaccato dei rapporti con Mancini...
«Posso parlare di quanto ho vissuto io. Per me lo spogliatoio non è mai stato complicato. Quando ci sono campioni e gente d’esperienza è sempre dura, ma non ho mai trovato uno spogliatoio difficile».
Ronaldo è bizzoso con il Brasile come era con lei nell’Inter. Ce lo ritrova?
«Credo che il problema fra nazionali e club metterà sempre più in crisi i calciatori. In realtà sono loro le vittime di questa situazione che nasce da calendari troppo densi. Ronaldo bizzoso? A tu per tu, non si è mai comportato male nei miei confronti».
Anche Adriano fatica a restare nell’Inter ed ha avuto problemi nel rapporto con la nazionale...
«Adriano è un ragazzo eccellente. È un calciatore e una persona seria che guarda alla sua professione, al suo sviluppo, e cerca di rispettare gli obblighi che derivano dal far parte dell’Inter e di una grande nazionale come quella del Brasile».
Campionato: fra Juve e Milan pensa che la classifica abbia detto la verità?
«In genere il campionato dice la verità: vedo che la Juve riesce spesso a prevalere quando il confronto è acceso e le differenze sono minime. Significa che ogni parte della società sa dare il massimo. Per vincere un titolo serve che tutte le componenti riescano ad eccellere, non solo una. Non basta avere solo una grande squadra, o solo un grande allenatore, individualmente ottimi giocatori, oppure un grande presidente». Anche il campionato che si concluse il 5 maggio disse la verità?
«In genere è così e, in un certo senso, anche in quell’anno. Quel campionato l’abbiamo fatto vincere noi alla Juve, non lo ha vinto la Juve. Questa fu la differenza».
La conclusione della finale di Champions, rispecchia la mano degli allenatori. Oppure no?
«Nessuno potrà mai discutere le scelte degli allenatori in quei momenti. Solo loro conoscono la realtà. Forse, come noi del Maiorca in campionato, il Liverpool ha visto il fondo, lo ha toccato e si è liberato di qualunque peso. E ne è nata una partita unica. Non solo una partita, ma ogni tempo ha una storia tutta sua. E non ditelo a me che, quel 5 maggio, poco prima della fine del primo tempo, ero sulla panchina della squadra campione d’Italia. Poi... Insomma il Liverpool ha dimostrato ciò che penso da sempre: si deve morire in campo, anche quando tutto sembra perduto».