Un’agenda

In questa faticosa campagna elettorale per le politiche del 2006 un tappa sarà costituita in qualche modo anche dall'assemblea confindustriale che inizia oggi. Vi sono difficoltà nella competizione commerciale globale, peraltro anche di altri grandi Paesi: in parte inevitabili quando accedono liberamente ai mercati giganti come il cinese e l’indiano. In Italia, poi, si continuano a perdere punti sul terreno della produttività del lavoro: un effetto innanzi tutto determinato dalla struttura medio-piccola prevalente delle nostre industrie e dalla crisi drammatica della Fiat, culminata nel 2002 con conseguenze pesanti per tutta l’economia nazionale.
Queste difficoltà generali hanno prodotto orientamenti differenziati nel mondo imprenditoriale: una larga base d'industriali non è indifferente alle scelte del governo Berlusconi, in tanti campi: dal mercato del lavoro alla riforma delle pensioni, dalla riforma del diritto fallimentare a quella della scuola (e in parte anche dell'Università), dall'impegno per dotare l'Italia d'infrastrutture moderne a quello di una fiscalità meno invadente e rapace.
Un piccolo settore «illuminato» è da sempre convinto che solo la sinistra possa fare le cose di destra che servono alle imprese. E infine vi è un'area più interessata a occuparsi del proprio potere che degli interessi generali delle imprese e del Paese. Comunque una situazione difficile che alimenta perplessità anche in chi è ben predisposto verso il governo.
Certo, gli imprenditori sanno ragionare sui fatti e quindi un certo catastrofismo chic è preso con beneficio d'inventario. Si comprende come l'introduzione dell'euro, pur sacrosanta, non potesse non provocare inevitabili contraccolpi su una struttura produttiva che ha dovuto modificare i rapporti di scambio con Paesi confinanti, principali partner commerciali. Si capisce come la lunga stagnazione di Francia e Germania abbia pesato particolarmente su di noi. Soprattutto perché a questa situazione si è aggiunta un'apertura, insufficientemente preparata a Bruxelles nei tempi e nelle modalità, delle economie europee a merci cinesi, imbattibilmente competitive per le condizioni di retribuzione e normative del gigante asiatico.
Si dice, ma l'Italia va molto peggio del resto d'Europa: questo in parte non è vero. Crescita dell'occupazione, ricchezza accumulata delle famiglie, tasso d'inflazione, riduzione del peso fiscale, non ci vedono affatto nelle ultime posizioni. E questo nonostante la produzione industriale abbia subito dei gravi colpi.
Se si ragiona, poi, sui trend di fondo si può notare come la ripresa della Fiat, la maggiore solidità di Telecom Italia, i clamorosi successi di Finmeccanica, oltre che il consolidamento di un forte pacchetto di mischia di imprese medio-grandi, i nuovi e importanti movimenti dell'Italia dei distretti, segnino una tendenza positiva che è anche figlia di un clima politico attento alla salute delle imprese.
Ma è evidente che bisogna accelerare alcune scelte per imprimere un segno di sicura ripresa alla nostra economia. Le sfide che lancia la Confindustria sono interessanti: riduzione del peso fiscale-contributivo sui salari, apertura alla concorrenza, sostegno all'innovazione; taglio del costo dell'energia, sistemazione del sistema di flessibilità inaugurato in questi anni. Vanno esaminate con attenzione. Si consideri la questione cruciale dell'innovazione: la spesa pubblica italiana in ricerca è più o meno quella degli altri Paesi europei. Quello che manca è l'investimento privato nella ricerca pubblica: e non solo perché abbiamo troppe imprese piccole. Letizia Moratti si è dovuta battere come una leonessa per ottenere spazi per «ricercatori giovani» contro onnipotenti sindacati, veri padroni del potere accademico, che vogliono privilegiare l'anzianità su qualsiasi «apertura». D'altra parte quando grandi scienziati preferiscono occuparsi di piazzare i figli piuttosto che di riformare l'università, alla fine le uniche scelte che segnano davvero i nostri atenei saranno i provvedimenti liceizzanti alla Luigi Berlinguer piuttosto che il riformismo forte morattiano. Senza fare i conti con questa realtà, gli appelli alle imprese a investire nella ricerca sono poco efficaci.
Altrettanto ragionevole è la richiesta di diminuire il carico fiscal-contributivo sul lavoro: ma diventa controproducente se si accompagna a un'aggressione ai lavoratori autonomi che pagano pochi contributi ma ricevono anche poche pensioni. O sconsiderata se punta ad aumentare i contributi alle varie categorie di lavori flessibili definiti dalla legge Biagi. Questa legge ha consentito crescita di occupazione ed emersione del nero: il problema è avanzare su tutti i fronti, non assumere scelte giacobine che puniscono gli uni per premiare altri. Le generiche indicazioni di semplificazione delle tasse lanciate dalla Confindustria «illuminata» degli anni Novanta hanno portato alla terribile Irap di Vincenzo Visco, che ha punito ulteriormente il lavoro e di cui non è così semplice liberarsi, soprattutto nella situazione di difficoltà del post 2001. I radicalismi producono effetti distorsivi, economici, sociali e anche politici. La via del vero riformismo è sempre gradualistica.
Importanti le proposte confindustriali sulla flessibilità del lavoro, compresa la richiesta dell'attuazione dei provvedimenti sugli ammortizzatori sociali e di nuove scelte su premi e straordinari. Ma per migliorare la legge Biagi, bisogna difenderla. Innanzi tutto dalla Cgil: certe previsioni idilliache di Luca Cordero di Montezemolo andrebbero riviste alla luce dei comportamenti del maggiore sindacato italiano, che tra l'altro incide particolarmente su quegli aumenti della spesa pubblica denunciati dagli stessi imprenditori. Dialogare è sempre giusto, nell'offrire aperture di credito però ci vuole più rigore. A proposito di rigore. Si parla tanto di tagli alla spesa pubblica ma non della riforma delle pensioni di anzianità che ha portato alle stelle la credibilità italiana a Bruxelles: forse c'è chi ha troppo nostalgia dei prepensionamenti.
Fondamentale l'accento sulla concorrenza: forse si parla troppo di tassisti, notai e magari municipalizzate, e poco di telecomunicazioni e banche. Quando dalla propaganda si passa alla realtà, è meno facile semplificare. E non solo per ragioni di potere. L'Italia vive una situazione dualistica: un mercato interno da liberalizzare ma nel contesto di uno più ampio continentale. Questo dualismo va sempre tenuto presente. Per esempio anche sulla questione energetica. Scaricare sulle imprese i costi maggiori rispetto all'Europa della nostra energia, è inaccettabile. Si può anche pensare a qualche palliativo nel campo delle energie alternative. C'è però una questione strategica di approvvigionamento che richiede soggetti assai forti in grado di trattare con le potenti realtà che ci condizionano, a Est come a Sud. Anche in questo caso, qualche scelta radicale, peraltro non risolutiva nel tagliare i costi dell'energia, crea oggi qualche impaccio. L'indicazione liberalizzatrice degli industriali è fondamentale, va perseguita tenendo la luce accesa, non a occhi chiusi.