Agguato a Belpietro, dubbi dei pm Caposcorta verso l’incriminazione

Le telecamere non filmarono intrusi. Per i pm l’attentato al direttore di &quot;Libero&quot; sarebbe solo una montatura della guardia del corpo, poi rimosso perché stressato. Ma il direttore non c'entra. L'agente rischia tre imputazioni: procurato allarme, spari e simulazione di reato<br />

Milano Tra un po’ saranno pas­sati tre mesi. E Ferdinando Po­marici e Grazia Pradella, i pub­blici ministeri che dal 4 otto­bre indagano su quanto accad­de quella sera nella casa mila­nese di Maurizio Belpietro, or­mai si sono fatti un’idea abba­stanza precisa. La conclusio­ne cui i due pm sarebbero giunti (il condizionale è d’ob­bligo, visto il riserbo che fin dall’inizio circonda le indagi­ni) pone i magistrati in una si­tuazione per alcuni aspetti lie­vemente imbarazzante. Compiute tutte le verifiche, eseguiti tutti gli esperimenti, valutate tutte le testimonian­ze, gli inquirenti sarebbero in­­fatti arrivati a convincersi che in via Monte di Pietà, nel palaz­zo dove abita il direttore di Li­bero , quella sera non sia acca­duto in realtà assolutamente nulla. Ovvero: che nessuno ab­bia cercato di fare la pelle al giornalista. Che sulle scale del palazzo non ci fosse nessun al­­tro, se non il capo della squa­dra di poliziotti che vigila sulla sicurezza di Belpietro. E che tutto quanto accaduto- gli spa­ri, l’allarme, eccetera - sia sta­to frutto, nella migliore delle ipotesi, di un errore di valuta­zione da parte dell’agente. Da dove nasce l’imbarazzo della Procura è presto detto. I pm vogliono evitare a tutti i co­sti che una simile conclusione costituisca dal punto di vista mediatico un boomerang per il giornalista. Come è giusto che sia, l’allarme seguito al­l’episodio ha portato a Belpie­tro una quantità di manifesta­zioni di solidarietà. E se l’affa­re si sgonfia, i magistrati vo­gli­ono impedire che sia Belpie­tro ad apparire in qualche mo­do corresponsabile della fac­cenda. Mentre invece - e que­sto l’inchiestalo ha conferma­to senza ombra di dubbio - il direttore di Libero ha percepi­to i fatti come se il pericolo fos­se assolutamente reale. Bel­pietro non aveva alcun moti­vo per dubitare del racconto di Alessandro N., il poliziotto. Tant’è vero che si è spaventa­to molto. Se una «montatura» c’è sta­ta, dunque, Belpietro ne è sta­to una vittima. È questo il mes­saggio che la Procura vuole che sia chiaro, il giorno in cui l’esito dell’indagine verrà re­so ufficialmente noto. Assai diverse le valutazioni che andranno fatte sulla posi­zione del poliziotto. Inizial­mente, la versione dei fatti for­nita dall’uomo è stata accolta senza tentennamenti: Belpie­tro che viene accompagnato fin sulla soglia del suo apparta­mento, poi entra in casa, il ca­poscorta che scende lungo le scale e s’imbatte in uno scono­sciuto armato di pistola che gli punta contro l’arma e tira il grilletto.«Aveva un’automati­ca, forse una calibro 9, ma il colpo non è partito. A quel punto ho estratto l’arma di or­dinanza e ho fatto fuoco », dice­va la testimonianza raccolta subito dopo i fatti. Ma, strada facendo,l’inchiesta si sarebbe imbattuta in inverosimiglian­ze e incongruenze, innescate dal primo dato oggettivo: l’as­senza, nei filmati delle nume­r­ose telecamere di sorveglian­za presenti nella zona, di qua­lunque immagine riconduci­b­ile all’identikit dell’attentato­re. In teoria, se ora dovesse emergere che l’agente si è in­ventato tutto, gli andrebbero contestati diversi reati: procu­rato allarme, spari in luogo pubblico, simulazione di rea­to. Ma l’orientamento della Procura sarebbe, nei limiti del possibile, di non infierire su Alessandro.L’agente (già pro­tagonista all’epoca di Mani Pu­lite di un agguato rimasto sen­za riscontri, quello al procura­tore a­ggiunto di Milano Gerar­do D’Ambrosio) potrebbe ave­re agito comunque in buona fede, sotto il peso di uno stress eccessivo. Proprio questo sta­to di stress avrebbe, d’altron­de, convinto i vertici della que­stura ad allontanarlo dalla se­zione Scorte e destinarlo ad un altro servizio.
LF