Agguato a Tremonti, si dimette la portavoce

Dal ministero dell’Economia è arrivata la notizia di una dimissione di
peso legata all’inchiesta P4. Ha lasciato il suo ruolo di portavoce del
ministro Tremonti Manuela Bravi, compagna dell’ex collaboratore di
Tremonti Marco Milanese, per il quale la procura di Napoli ha chiesto
l’arresto

Roma - Mentre la Lega ieri cercava di trovare la quadra sul caso Papa (sì all’arresto, no, forse) dal ministero dell’Economia è arrivata la notizia di una dimissione di peso legata all’inchiesta P4. Ha lasciato il suo ruolo di portavoce del ministro Tremonti Manuela Bravi, compagna dell’ex collaboratore di Tremonti Marco Milanese, per il quale la procura di Napoli ha chiesto l’arresto per associazione per delinquere. «La dottoressa - spiegavano ieri dal ministero di via XX settembre - ha rassegnato le dimissioni giovedì e ancora non è stato trovato un sostituto». La Bravi è stata interrogata più volte dai pm campani sul rapporti tra il suo compagno, l’imprenditore Paolo Viscione e i vertici della guardia di finanza.

Quanto al caso Papa, a livello politico è davvero la Lega il partito più in difficoltà. Più che il partito, è Umberto Bossi a trovarsi in una situazione scomoda - e non è la prima volta di questi tempi - che gli impone di mantenersi custode delle invocazioni della base leghista ma anche di non trasformarsi in un manettaro dell’ultim’ora. L’incertezza del leader sulla linea da mantenere («sì» all’arresto, ma subito dopo «no» alle manette) ha mostrato bene il contrasto interno a uno dei capi più carismatici della politica dell’ultimo ventennio. Nella Lega c’è già chi gioca il ruolo di giustizialista in questa circostanza, ed è Bobo Maroni, con l’ala che a lui fa riferimento. Anche se è stato proprio il ministro dell’Interno a proporre la libertà di voto, insolita per la Lega ma strada di mezzo per lasciare ciascuno libero. Maroni potrebbe anzi non essere presente al voto ufficialmente per impegni istituzionali.

Ma Bossi deve in qualche modo smarcarsi e parlare con chiarezza. I militanti che ogni giorno esprimono la loro su Radio Padania non ne vogliono sentir parlare di salvare il deputato al centro dell’inchiesta P4. Non bisogna dimenticare che il voto mercoledì si svolgerà a scrutinio segreto. Se la richiesta d’arresto non passerà, non sarà dato sapere se il salvataggio sarà avvenuto per voti Udc, Lega o addirittura del Partito democratico.

Il Pd si è comunque attivato per blindare le opposizioni sulla richiesta del voto palese, costringendo così o il Pdl, o la Lega (i due partiti che hanno i numeri per farlo) a presentare la richiesta formale. Nel Pd il pressing sulla Lega è fortissimo in queste ore: puntano anche a un’accelerazione sulla mozione posta sul ministro Romano, sicuri che sotto i colpi di un garantismo forzato prima o poi l’alleanza Pdl-Lega esploderà, o che a esplodere, per lotte intestine, sarà il Carroccio stesso. Il vertice di via Bellerio in vista della successiva cena con Berlusconi ad Arcore, con Calderoli, Cota, i capigruppo di Camera e Senato, Reguzzoni e Bricolo, e il segretario della Lega Lombarda, Giancarlo Giorgetti, aveva in agenda anche altri temi cruciali per la tenuta della maggioranza come il decreto rifiuti e la linea da tenere sul prossimo rifinanziamento delle missioni all’estero. Tutti i temi dove il Senatùr di lotta e di governo tentenna, stritolato tra l’esigenza di mantenere l’alleanza salda con il Pdl e i militanti sempre più attratti dal vento contro la casta parlamentare e i suoi privilegi.

C’è chi fa notare come a Venezia, tre giorni, fa non c’era nessuno tra i big leghisti di zona ad accogliere Bossi. In rete iniziano ad apparire segnali di rivolta, davvero insoliti per un partito da sempre guidato da un dominus, il segretario che regge le fila. Sulla pagina di Radio Padania su Facebook, ad esempio, Luca Cavalli ieri scriveva: «Bossi su Papa: In galera, no, sì, forse... ormai sono più attendibili le versioni di Michele Misseri», lo zio di Avetrana. Un paragone che fino a qualche mese fa sarebbe stata un’eresia nel pianeta leghista.