Ai figli il cognome della mamma se il papà indugia

Nessun cambiamento anagrafico per i riconoscimenti tardivi

da Roma

I padri che aspettano anni prima di riconoscere il proprio figlio naturale non hanno più il diritto ad attribuirgli il proprio cognome. Lo ha stabilito la Cassazione che invoca un «intervento legislativo capace, da un lato, di adeguare la disciplina sul cognome alle mutate esigenze di una famiglia che da tempo non si ispira più al modello patriarcale e, dall'altro, di conciliare il diritto all'identità personale della famiglia legittima con il medesimo diritto di quella naturale». Ai giudici di merito - chiamati dai padri ritardatari a cancellare il cognome materno per sovrapporre il loro patronimico - la Suprema Corte impartisce una indicazione precisa e tassativa. Quella di «prescindere da qualsiasi meccanismo di automatica attribuzione del cognome» e avere «riguardo all'identità personale del minore nell'ambiente in cui è cresciuto fino al momento del riconoscimento da parte del padre». Finora quando un padre si faceva vivo e decideva riconoscere il minore avuto da una ragazza madre, il giudice subito provvedeva a cambiare il cognome al bambino cancellando quello materno. Adesso, invece, «a tutela dell'eguaglianza dei genitori - dice la Cassazione - il giudice non dovrà autorizzare l'assunzione del patronimico (non soltanto ove ne possa derivare danno per il minore) ma anche quando il cognome materno sia radicato nel contesto sociale in cui il minore si trova a vivere. Precludergli il diritto a mantenerlo si risolverebbe in una ingiusta privazione di un elemento della sua personalità, tradizionalmente definito come il diritto a essere se stessi». La vicenda che ha dato origine a tutto, è quella della relazione tra Francesco T. figlio di un piccolo boss della camorra di S. Giovanni Vesuviano, e Rosa E., una ragazza che rimane incinta. Solo ad anni di distanza dalla nascita del bambino, il padre decide di riconoscerlo e si rivolge al Tribunale dei minori di Napoli per dargli il suo cognome. Ma il Tribunale dice no e la stessa cosa fa la Corte di Appello (il 21 giugno 2004). I giudici accolgono le ragioni di Rosa che ha sempre cresciuto il suo bambino, gli ha orgogliosamente attribuito il suo cognome e lo ha tenuto ben lontano da ambienti malavitosi pur senza impedire che frequentasse il padre e conoscesse anche il fratellino nato da un'altra relazione di Francesco.
«È un riconoscimento per le donne e la maternità» ha dichiarato Alessandra Mussolini, leader di Azione sociale, secondo la quale una delle prime leggi della nuova legislatura dovrebbe proprio riguardare la possibilità di poter dare al figlio il cognome materno.