Aiuto, siamo schiavi del «troppismo»

Dalla pila dei giornali ancora da leggere, salta fuori una vecchia copia del Guardian. Leggo: la Gillette si accinge a lanciare sul mercato un rasoio usa e getta a sei lame. Sei. Ignoro a che cosa servano. In principio era la lama del rasoio, sul cui filo conveniva non camminare. Serviva a radersi. Poi venne il Bic bilama: la prima lama catturava il pelo, la seconda lo tagliava. Quindi inventarono il Gillette Mach 3 Turbo Razor trilama: la prima catturava il pelo, la seconda impediva che rientrasse nel follicolo, la terza lo tagliava. Venne infine il Wilkinson Sword Quattro con «quattro lame perfettamente sincronizzate», nel quale la terza dava manforte alla seconda nel trattenere ciò che la prima aveva catturato, in attesa che la quarta facesse l’unico mestiere per cui era pagata. Ma sei lame? La prima cattura il pelo, la seconda lo ammanetta, la terza lo interroga, la quarta lo processa, la quinta lo condanna, la sesta lo giustizia?
Spiega il Guardian che il nuovo attrezzo della Gillette rappresenta «the pinnacle of shaving technology», l’apice tecnologico della rasatura, però a me fa venire in mente un altro pinnacolo, quello del tempio, dal quale il Nazareno avrebbe dovuto buttarsi giù su istigazione del diavolo, dopo 40 giorni e 40 notti di digiuno nel deserto, ché tanto ci avrebbero pensato i suoi angeli a sorreggerlo. In effetti forse c’è qualcosa di demoniaco in un rasoio a sei lame, e non tanto con riferimento al numero che può ricondurre al 666 dell’apocalittica Bestia, quanto al pericolo più letale che la civiltà occidentale sta correndo: il troppismo. Cioè la possibilità di disporre del troppo di tutto.
Di recente, Giuseppe Turani, l’esperto di economia che in altri tempi avrebbe fatto le pulci alla «razza padrona», ha dedicato la copertina e le prime due pagine del supplemento Affari & Finanza di Repubblica a magnificare le qualità di un telefonino che viene venduto con una schedina già contenente Mission impossible 3. «Nello spazio oggi occupato da un pacchetto di sigarette potremo avere anche 300 o 400 film», spiegava il buon Beppino, tutto arrazzato. Ammesso che trovassi il tempo per vedermi tutti questi film, vi pare che mi metterei a guardarli su uno schermo da 2,4 pollici, cioè 6,1 centimetri in diagonale? Dopodiché non si capisce come mai a dicembre la gente si sia indebitata con altre rate mensili per avere in casa l’ultimo modello di televisore al plasma da 60 pollici, il 2.400% in più quanto a dimensioni.
«Uno si può domandare che senso può avere lo stare a guardare un film dentro un affare così minuscolo», ha riconosciuto l’editorialista di Repubblica. «E in effetti non ne ha, a meno che uno non si trovi proprio in una baita di montagna a 3.000 metri circondato dalla neve o sull’Orient Express in una notte buia e tempestosa». Ma che dice? Pensa davvero che uno scali la Marmolada o prenoti il vagone letto del Venice Simplon (1.785 euro a notte) per vedersi Mission impossible 3 sul telefonino? Ma dài!
Però il vantaggio c’è, controbatte Turani: questo cellulare «è infatti dotato di un cavo con il quale si può collegare il telefonino al televisore». Ottimo. Allora a che serve il televisore sul telefonino? E, soprattutto, se l’uso principale è questo – fungere da lettore Dvd collegato alla Tv – che necessità vi era di aggiungerci l’apparato per fare e ricevere telefonate, la fotocamera, la videocamera, il collegamento bluetooth per la tastiera del computer, il lettore musicale e la radio?
Niente è più costruito per l’uso cui è destinato. Vi serve un fax? Vi venderanno un ibrido che integra insieme una segreteria telefonica, una stampante, una fotocopiatrice, uno scanner e, presto, il tosaerba. Non a caso gli unici oggetti di limitata fruizione ormai riguardano impieghi catalogabili tra le patologie psichiatriche, come Crustastun, una vaschetta metallica del costo di 4.740 dollari, presentata dal settimanale americano Time come una delle migliori invenzioni del 2006, che consente di ammazzare le aragoste in cinque secondi con una scossa elettrica da 110 volt anziché farle morire in tre minuti a 100 gradi nell’acqua bollente.
Siamo l’unico Paese al mondo dove non ci si mette d’accordo neppure sul caffè da bere la mattina. Una barista s’è appuntata le richieste più stravaganti raccolte nell’arco d’una settimana, arrivando alla cifra di 76: da ristretto, macchiato caldo, macchiato freddo, corretto grappa, in tazza grande, americano, fino a ristrettissimo con poco latte, in vetro, in tazza fredda, alla francese, macchiato lungo con acqua calda a parte, doppio ristrettissimo con latte freddo a parte, con cacao, con nuvoletta, con la barba. Nessuno che le abbia chiesto un caffè buono. L’altro ieri al bar ho sentito personalmente ordinare un macchiatone. Del resto sono gli stessi baristi che, per rincorrere i mutevoli gusti dei loro annoiati clienti, hanno sostituito l’espresso con il mokaccino, il marokkino, l’orzino, il cremino, il bicerin (caffè, latte, nutella e cacao), lo joker (caffè freddo, panna, cioccolato e fragoline), l’ice bianco (caffè aromatizzato e crema di latte), il paperino (caffè con crema di latte).
Siamo in preda ai malesseri del benessere. In questo periodo dell’anno allarga un po’ il cuore la serena certezza che il pandoro, almeno quello, si fa sempre nello stesso modo da più di un secolo. Una volta chiesi a Ruggero Bauli (è morto nel 1985) quale fosse il suo segreto. Rispose: «È questione di mettere un po’ di più, un po’ di meno, un po’ prima, un po’ dopo». Oggi direi che la ricetta per salvarci è una sola: un po’ di meno.
stefano.lorenzetto@ilgiornale.it