Alassio, la nobile famiglia belga che preferì il suicidio alla sconfitta

C'era una fotografa americana, divenuta famosa per la passione di fotografare i morti, i morti nemici. Lee Miller, fotoreporter al seguito delle armate alleate in Europa, provava una certa soddisfazione nel ritrarre i cadaveri dei tedeschi che, mano a mano che i soldati di Patton penetravano in Germania, le capitava di incontrare.
Uno dei suoi servizi più famosi, ha come location il soggiorno di una antica casa di Lipsia. All'interno, tre corpi abbandonati alla morte. Il Borgomastro della città, Dottor Boldt, con la testa china sulla scrivania, la moglie abbattuta sulla poltrona di fronte, e la figlia - volontaria della Croce Rossa - adagiata sul divano, con la testa bionda scivolata leggermente indietro. Si uccisero col veleno, i tre della famiglia, al sopraggiungere delle truppe nemiche. Per inciso, la macabra (e al tempo stesso stranamente serena) immagine della giovane figlia del Borgomastro è stata utilizzata come copertina del best seller di Pietrangelo Buttafuoco «Le uova del drago» (Mondadori 2005).
Fu una pratica molto diffusa, quella del suicidio, tra le gerarchie alte e basse del partito nazista, convinte dalla loro stessa ideologia che non valesse la pena sopravvivere alla sconfitta, o che fosse infinitamente più conveniente e dignitoso togliersi la vita da sé, piuttosto che farsela togliere da uno straniero. Il finale catastrofico dell'atroce conflitto mondiale conservò accenti wagneriani per gli sconfitti, peraltro perfettamente in linea con i deliri hitleriani. Non a caso la radio nazista annunciò la morte del suo capo - il 2 maggio 1945 - con in sottofondo le note del «Crepuscolo degli dei» del maestro di Bayreuth.
Per sua sfortuna, la fotografa Lee Miller non si trovava ad Alassio il 26 aprile dello stesso anno. Forse avrebbe potuto inserire nel proprio book anche le immagini di un'altra famiglia suicida. La famiglia De Maere, appartenente alla parte sconfitta, scelse infatti anch'essa un finale violento per le proprie esistenze, collegandosi così, con un gesto estremo carico di significati e di simboli, alla cupa consuetudine nazista del suicidio.
Tutto ebbe inizio molti anni prima.
Ecuyer Carlo Alberto De Maere (detto Carlos), figlio del fu barone belga Emilio, prese parte come ufficiale volontario di cavalleria alla Prima guerra mondiale, combattendo contro i tedeschi che invadevano il suo paese. Fu ferito gravemente e posto in salvo in territorio libero, poiché il Belgio fu interamente occupato dalle truppe del Kaiser. Convalescente in Italia, dove la famiglia amava trascorrere dal 1899 lunghi periodi di villeggiatura, Carlos fu decorato e in seguito ottenne di poter combattere sotto le insegne italiane fino alla battaglia di Vittorio Veneto, ottenendo una medaglia d'argento al valor militare.
Facile capire che la nostra nazione sia diventata, per il nobile ufficiale a riposo, una seconda patria. Sposato con la bellissima tedesca Francesca Maria Huttenbrink, Carlos ebbe da lei due figli: Laura ed Henry Maurice. Vissero tra Alassio, il Belgio e la Germania gli anni a cavallo tra le due guerre, anche se il loro cuore nordico restò sempre in Italia, sulla Riviera di Ponente. Quasi inevitabile il coinvolgimento emotivo, quasi scontate le simpatie per quel movimento, il fascismo, che in quegli anni raccoglieva i suoi maggiori successi.
Studiarono da noi i giovani figli di De Maere, si iscrissero alle associazioni giovanili fasciste come migliaia di loro coetanei, si nutrirono degli stessi miti, degli stessi ideali. Scoppiò la guerra, l'Italia fascista, dopo molti tentennamenti, scese in campo nel giugno 1940. Anche il Belgio, per la seconda volta in pochi anni, tornò sotto il tallone tedesco. Ma per la famiglia De Maere contavano solo i colori della nostra bandiera. Colori che però, dopo pochi successi iniziali, cominciarono a subire schiaccianti sconfitte in Africa, in Grecia, in Russia. La fine del fascismo - 25 luglio 1943 - e l' armistizio badogliano - 8 settembre successivo -, portarono la guerra sull'intero territorio nazionale.
Nell'ottobre 1943, alla Federazione del fascio repubblicano di Savona giunse una lettera, indirizzata personalmente al commissario federale dott. Bruno Bianchi.
Il testo, tra frasi alate, conteneva piccole impurità linguistiche, tipiche di una persona straniera che parla piuttosto fluidamente la nostra lingua, ma che inciampa leggermente nel trasmettere le proprie parole su un foglio di carta. L'ex-ufficiale di cavalleria belga Carlos De Maere, nato nel 1874, mutilato e decorato di guerra, combattente volontario nelle forze armate italiane, scriveva testualmente ad un sorpreso Bruno Bianchi « ... chiedo, con tutta deferenza, il distinto favore di una affiliazione che mi permetterebbe di ostentare apertamente, in queste ore le mie opinioni di fascista... alla difesa del suolo sacrissimo de l’Italia...».
Non c'erano dubbi. Il nobile belga, sceglieva e chiedeva di militare per l'ultima Repubblica di Mussolini, proprio nel momento in cui la maggior parte degli italiani rifuggivano ogni contatto con il fascismo morente.
Nella penuria di adesioni che lo afflisse, il fascio repubblicano non mancò di utilizzare anche il maturo volontario belga. Egli farà in tempo, infatti, ad indossare la camicia nera con la brigata «Francesco Briatore», in qualità di traduttore dal tedesco e con il grado di maggiore. Fu un servizio più teorico che bellico, un grado simbolico dovuto al rango, un ruolo di collegamento con i tedeschi. Carlos non ebbe alcun coinvolgimento nella guerra civile, pago solo di potersi rendere utile alla causa che egli credeva più giusta. La sua vecchia ferita, l'età non verde, bastarono da sole ad impedirgli di partecipare ad azioni armate, ai duri rastrellamenti anti-partigiani che si svolsero un po' dovunque nel savonese.
Nonostante tutti i proclami, tutte le intenzioni, anche quelle buone e sincere degli idealisti come Carlos, la guerra finì con un'atroce sconfitta. Il 25 aprile, la esigua Brigata di Alassio si sciolse: chi cercò salvezza nella fuga, chi cercò di cambiare casacca, chi fu preso e fucilato senza tanti complimenti dai partigiani scesi a valle.
Tra questi, ci fu chi si ricordò del maggiore De Maere, della sua divisa nera, e lo andò a prendere a casa. Giunsero in tanti, quella mattina del 26 aprile, e si misero a picchiare i battenti del portone. Dalla villetta risposero a colpi di fucile. Si stava svolgendo l'ultimo atto della guerra, i partigiani avevano vinto e ora pretendevano la testa del nemico, ma per il momento dovettero buttarsi per terra, o cercare rifugio dietro gli angoli dei palazzi. «Fascista, arrenditi!» - gridavano - ma ad ogni tentativo di affacciarsi alla vista, dalla villetta partivano colpi precisi. Doveva averci pensato per tempo, il belga, provvedendo alle armi e alle munizioni. Evidentemente fu però tutto inutile. Gli assedianti erano tanti, troppi, e sparavano lunghe raffiche di mitra. Era la fine. La voce di popolo dice che i partigiani li abbiano trovati morti, tutti e tre, e ne abbiano avuto quasi rispetto. Gli ultimi istanti di vita - e gli ultimi colpi - Carlos li impiegò evidentemente contro moglie e figlia, e infine contro di sé.
Alassio, tanto cara al turismo nordico, fu dunque inconsapevole palcoscenico per lo struggente, wagneriano finale di guerra che una nobile famiglia belga innamorata dell'Italia mise in scena, coerentemente, solo per se stessa.