Alberoni: "Le critiche? Chissenefrega"

Il sociologo risponde con sprezzo agli ex allievi che hanno contestato l’onorificenza assegnatagli dalla "sua" Trento: "Accuse inutili. A dar retta a loro non si conclude niente"

Un’intera parete del salotto, nella casa milanese di largo Carrobbio, dietro il Duomo, è occupata da un suo gigantesco ritratto, realizzato dall’artista bulgaro Mishef Alzek: rapide pennellate di colore travolte da schizzi di fango. Metaforicamente: tutte le incomprensione, le accuse, le ironie che gli hanno tirato addosso nella sua carriera, sempre parallelamente divergente tra quella del filosofo di genio e quella dello sbandieratore dell’ovvio. Intellettuale che suscita dolori e invidie tra gli intellettuali suoi simili, è almeno dagli anni Cinquanta, quando faceva l’assistente in Cattolica a padre Agostino Gemelli - passando per il rettorato all’università di Trento, i tre matrimoni, le consulenze “dorate”, i libri culto, l’uscita burrascosa dal «suo» Iulm, trasformato da modesta scuola per interpreti a college d’eccellenza - che Francesco Alberoni riceve schizzi di fango: sulla toga d’accademico, sulla giacca da talk show, sullo smoking da cerimoniere-conferenziere. Fino all’ultimo, storia di ieri, storia di una onorificenza conferitagli dalla città di Trento (dove quarant’anni fa fu rettore dell’ateneo famigeratamente celebre per la sua facoltà di Sociologia) e contestata dai suoi ex allievi, riuniti nell’associazione Ut vivant che conta 200 dotti iscritti, molti dei quali sparsi nelle università di mezza Italia: dicono, gli ex alunni (tu quoque!) che Alberoni, l’ex Maestro, non merita il premio. Anzi è indegno, perché «diffonde un’immagine mielosa e decadente della sociologia». Perché «è un abusivo in tutti i posti che è venuto via via occupando». Perché ormai «è un sociologo da salotto, per signore della Milano bene».

Bonario, astuto ed elegante, Francesco Alberoni - uomo cui poco ha giovato una scarsa inclinazione alla modestia - gli schizzi di fango li ha sempre ripuliti con nonchalance. «È dal 1978 che ho sospeso l’abbonamento con l’Eco della stampa per evitare di dover leggere quello che la gente dice di me. Non mi interessano né le critiche né le polemiche. Contestano il premio? Fatti loro. Non mi sono mai difeso dagli attacchi, non inizierò adesso che ho quasi 80 anni».
Quasi ottant’anni, una laurea in Medicina a Pavia nel ’54, studi di psicanalisi con Giulio Maccacaro, libero docente di psicologia e sociologia negli anni Sessanta, poi ordinario, poi rettore, poi invidiato e calunniato bestsellerista da qualche milione di copie e qualche decina di traduzioni, poi consulente di mega aziende - dalla Barilla del Mulino Bianco alla Lancôme dell’uomo narciso - poi editorialista eterno del Corriere della sera e prêt-à-penser d’elezione televisiva, Francesco Alberoni studia da una vita i comportamenti degli individui e le relazioni tra gruppi. Sa riconoscere un leader (ad esempio, se stesso) e i gregari (ad esempio, molti ex allievi). Soprattutto ha bene in mente, avendoci scritto sopra un best seller, chi sono Gli invidiosi.
«Se avessi dato retta a tutte le critiche che mi hanno mosso nella mia vita, non avrei realizzato nulla di quello che invece sono riuscito a fare. Quando negli anni Sessanta mi misi a studiare i rapporti tra individuo e mercato mi davano dell’imbecille: oggi il mio saggio Consumi e società, uscito nel ’64, è considerato il primo libro sul marketing scritto in Europa. E quando negli anni Settanta mi concentrai sui meccanismi del rapporto di coppia e dell’erotismo, mi consideravano un idiota infatuato dei romanzi di Liala. Oggi Innamoramento e amore, del ’79, è un testo fondamentale della sociologia». E, c’è da aggiungere, quando negli anni Ottanta scriveva della riscoperta del corpo, dell’uso della crema solare, della possibilità di imparare l’inglese guardando la tv mentre i colleghi universitari “impegnati” storcevano il naso sibilandogli alle spalle acidità e indifferenza... Il successo dello scienziato, in fondo, sta nella sua fantasia, nel talento di scoprire il nuovo dove altri sono passati senza trovare nulla, nello scorgere il futuro là dove gli altri continuano a vedere il passato. Si chiama capacità di cogliere lo spirito del tempo. Che tradotto dai suoi nemici suona “cercare il pelo nell’ovvio”.

Uomo genialoide, intelligente e bizzarro, il che non nuoce - come diceva di lui Cesare Musatti - perché se non ci fossero i bizzarri staremmo freschi, Francesco Alberoni in campo intellettuale conta un elenco di inimicizie - da Omar Calabrese a Edoardo Sanguineti, da Massimo Cacciari a molti ex colleghi dello Iulm e ora pure gli ex allievi di Trento - inversamente proporzionale al successo dei suoi libri. Da una parte i lettori folgorati dalla sua chiarezza espositiva, dall’altra i critici stizziti dalla sua banalità divulgativa. Da una parte il sociologo del luogo comune, dall’altra lo sciamano che ha il dono di capire come si muove la società.

Da sempre in bilico tra analisi scientifica e consigli casalinghi, l’interprete più appariscente della società dell’apparire soffre il destino degli spiriti liberi, consacrato (e tradotto) all’estero ed esecrato in patria: venerato da chi lo conosce solo attraverso gli articoli di giornale e pugnalato alle spalle dagli amici di “famiglia”. «Se mi presenterò a ritirare il premio a Trento, il 12 giugno? Certo, se non c’è nessuno che mi vuole fare la pelle, come già mi hanno minacciato in passato. Altrimenti me ne starò a casa. Per il resto, la gente è libera di pensare le cose che vuole, io ho cose più interessanti da fare. Studiare, ad esempio». Esattamente ciò che fa da una vita, senza mai curarsi delle rivolte e delle rivoluzioni, se non quelle dei sentimenti.

Oggi il capo della rivolta si chiama Piergiorgio Rauzi, il più inquieto dei suoi ex allievi “tridentini”, all’epoca studente spretato e attualmente docente di Sociologia della comunicazione: «Trovo indecente che un personaggio così discusso come Alberoni venga insignito di un titolo che ritengo non meriti per nessun motivo. Un personaggio che a me sembra incarnare quanto di più deleterio la nostra “società dell’apparire” ha seminato negli ultimi decenni: il successo mediatico che legittima il percorso per raggiungerlo, quale che sia questo percorso. E poi ci lamentiamo che i valori siano andati perduti». Una pietra scagliata con violenza, che Alberoni non raccoglie: «Mai risposto alle critiche. Chiedete ad Edgar Morin chi sono davvero. Chiedetelo a Umberto Eco. Loro sì che mi conoscono».

La ricetta della felicità, insegna il professor Alberoni, sta nel non cercarla. Il segreto di sopravvivere alle accuse, forse, sta nel non dargli peso. Che può apparire un’ovvietà. Ma è detta da uno che ha dedicato la propria vita a scrutare ciò che accade (come si diceva una volta) in interiore hominis.