«Albo professionale» per gli imam

I più preoccupati, manco a dirlo, sono i musulmani di buon senso che proprio non riescono a capire perché ce ne restiamo inerti e indifferenti a guardare il moltiplicarsi frenetico delle moschee e dei luoghi di culto islamico in tutto il Paese. Tanto frenetico che non sappiamo nemmeno, tra grandi e piccole, tra ufficiali e clandestine, quante siano e dove siano. Così fuori da ogni controllo che neppure conosciamo bene che cosa succeda e che cosa si dica al loro interno.
Quello che sappiamo è che sono in gran parte guidate da «dottori» del Corano posticci e improvvisati che il più delle volte si attribuiscono da soli l'onorifico titolo di imam, più abili a trafficare con i call-center ed. e a raccogliere e a gestire i flussi di denaro che sembra gli arrivino dalle organizzazioni internazionali dell'estremismo islamico che a interpretare versetti. Gli stessi che vediamo adoperarsi per tenere le comunità di immigrati saldamente ancorate alle leggi dell'islam più radicale. Ben lontane, quindi, da ogni possibile integrazione con la società occidentale e dalla voglia di riforme e di democrazia dell'islam moderato. Non è un caso, ci dicono ancora i musulmani di buona volontà, che i rappresentanti dell'Ucoii, l'associazione che controlla gran parte delle moschee italiane, escano oggi allo scoperto per difendere la poligamia. O che siano in aumento le donne obbligate a portare il velo. O anche, come denuncia il tam tam sotterraneo delle comunità, che la pratica dei matrimoni forzati, o quella terribile dell'infibulazione, invece che diminuire sia addirittura in aumento.
Se le cose vanno così bene, se l'invasione delle moschee e dei loro imam prosegue su tutto il territorio nazionale senza incontrare resistenze né ostacoli, perché mai i fanatici dell'islam dovrebbero tirarsi indietro? Che cosa fare allora?
Nei Paesi arabi avviati con più decisione sulla strada della democrazia, il problema delle moschee e degli imam è stato affrontato negli ultimi tempi con grande decisione. In questi Paesi i predicatori delle moschee non spuntano dal nulla, vengono nominati da un apposito ministero dopo un attento esame e sottoposti a tutta una serie di norme e di controlli, dei quali fa parte anche il divieto tassativo di gestire in proprio anche la più piccola somma di denaro, fossero pure le collette raccolte tra i fedeli. In Marocco si è andati oltre: è stato istituito di recente un vero e proprio corso di specializzazione universitaria della durata di un anno con un diploma finale e un albo di iscrizione.
Un corso aperto anche alle donne, decisione rivoluzionaria per le tradizioni dell'islam, nel quale si insegna ai futuri imam oltre all'islamistica una storia delle religioni rispettosa delle diverse credenze di fede. E perfino una storia dell'emigrazione musulmana nel mondo che spieghi le grandi opportunità che può offrire l'incontro tra differenti civiltà e culture. Nel frattempo, le moschee dove gli imam vengono sorpresi a fare propaganda al fondamentalismo islamico vengono chiuse una dopo l'altra, senza tanti indugi e senza possibilità di appello. È un modello al quale dovremmo ispirarci anche qui in Italia, se vogliamo porre rimedio a una situazione sempre più insostenibile. Si può affidarne la progettazione e l'organizzazione al Dipartimento per le libertà civili e l'immigrazione del ministero dell'Interno preposto tra le altre incombenze alle questioni di culto. Possiamo chiamare a collaborare alla sua realizzazione governi che sono nostri buoni amici nonché professori e docenti delle università arabe più prestigiose e qualificate.
Avere nel nostro Paese un «albo» degli imam che operano nelle nostre moschee, con la garanzia che li troveremo al nostro fianco sulla strada di un islam italiano democratico e riformatore, è già importante oggi: tra qualche anno, al ritmo attuale di crescita dell'immigrazione musulmana, diventerà indispensabile.