Algeri boccia la religione a scuola: il Corano favorisce l'integralismo

Il governo cancella gli studi sull'Islam: favoriscono l'integralismo. Torna l'uso della lingua francese e i modelli di studio laici e occidentali

Portate a scuola il Corano e l’integralismo sarà a portata di mano. Sembra la boutade di uno sfegatato leghista, invece è la conclusione elaborata dalle autorità algerine analizzando le radici di quel fenomeno fondamentalista che dopo una guerra civile costata 200mila vite umane continua ad alimentare il terrorismo alqaidista. Così, mentre il Vecchio continente si lacera sull’opportunità di consentire l’istituzione di scuole islamiche, Algeri cancella i programmi religiosi introdotti dopo la fine del colonialismo e corre a rispolverare il francese, l’alfabeto latino e i vecchi modelli di studio ispirati da Parigi. «Stiamo semplicemente riconoscendo che le nostre scuole hanno contribuito a formare dei mostri», ammette il professor Khaoula Taleb Ibrahim in un articolo del New York Times che descrive il brusco ritorno al passato voluto dalle autorità scolastiche. Ma il professor Ibrahim, docente di educazione all’università di Algeri, si spinge più in là, ipotizzando un collegamento diretto tra la rapida espansione dell’integralismo germogliato alla metà egli anni 70 e l’islamizzazione del sistema scolastico imposto subito dopo l’addio di Parigi. I primi a rendersene conto furono sette anni fa i responsabili della commissione statale che studiò le conseguenze della sostituzione del francese con l’arabo e l’introduzione di quelle dottrine islamiche destinate a sviluppare negli studenti una nuova coscienza araba musulmana e algerina.

Raggiungere quegli obiettivi in un paese dove gli insegnanti parlavano solo francese significò attirare centinaia di insegnanti di arabo e dottrina islamica da Siria, Irak ed Egitto. Da lì ad abbandonare il razionalismo occidentale su cui si basavano i vecchi programmi coloniali per abbracciare i modelli educativi basati sull’apprendimento mnemonico non solo del Corano, ma anche delle dottrine scientifiche e sociali, il passo fu breve. Quel nuovo modello scolastico contribuì per almeno tre decenni a sfornare generazioni di cittadini poco abituati al ragionamento logico, ma assai sensibili alle parole d’ordine della religione e ai sermoni delle moschee. Le resistenze dei settori più conservatori e più filoislamici impedirono sette anni fa di dar seguito alle conclusioni della commissione governativa. Da un anno a questa parte il governo cerca però di recuperare il tempo perduto cancellando dai programmi i richiami alla religione e introducendo modelli di studio più aperti, come già in passato, al ragionamento e alla discussione.

«Quando ho iniziato a frequentare le scuole superiori i professori ci spiegavano le lezioni e pretendevano che ripetessimo quanto avevano detto, adesso invece è tutto diverso. Negli ultimi dodici mesi pretendono di farci pensare e ci costringono a ragionare, ma molti di noi sono confusi, questo nuovo tipo di studio ci risulta assai difficile», spiega al New York Times Abdel Malek Outas, uno studente 19enne che abbandonata la fede integralista abbracciata nei primi anni delle superiori si ritrova a far i conti con i misteri della lingua francese, con l’alfabeto latino e professori che non esigono più la ripetizione a memoria del Corano.

Più confusi e arrabbiati di tutti sono, però, i cattivi maestri del fanatismo religioso costretti a far buon viso alle riforme introdotte dal governo. «Un tempo non mi stringevano neppure la mano - racconta Fatiha Yomsi, una consulente del ministero responsabile delle innovazioni al sistema scolastico -: ora hanno dovuto accettare la nuova linea, mettere da parte il Corano e adattarsi persino alla realtà di classi miste. Ma questo non significa che si siano arresi - ammette la consulente -: a scuola mi stringono la mano, ma in cuor loro il mio nome è già sulla lista dei condannati a morte».