Alice, Luca e gli altri che ora nuotano a ritroso lungo lo Spoon River

Dalla polvere e dal fango riemergono i nomi
delle vittime. Vi raccontiamo le loro storie

E così per sempre con lo sguardo indietro volto/ leggevano il mistico volume del mondo,/ compitandolo a rovescio, come un libro ebreo,/ finché la vita divenne una Leggenda di Morti». Hai ragione, caro vecchio Longfellow. Insieme, noi come loro, ovunque e dovunque, soltanto a ritroso possiamo leggere e capire «il mistico volume del mondo». Insieme ci sforziamo di raccogliere, con le mani sporche di fango e polvere, frammenti antologici, istantanee immobilizzate, incastrate fra le macerie. Noi e loro. Noi che rischiamo a ogni passo la mutazione genetica in sciacalli della pietà che arraffano il trofeo inesistente di una comunanza d'occasione, di una familiarità troppo lontana e sospetta per non apparire, al fondo della nostra stessa coscienza, pelosa e persino arrogante. Noi che, senza nemmeno sputarci in faccia un secondo dopo averlo detto, averlo pensato, invochiamo i dati Auditel da appuntarci sul petto come Vangeli apocrifi della vergogna. E loro, nudi, o meglio vestiti col sudario dell'abbandono, cui la morte ha restituito in un lampo l'innocenza, l'intoccabile purezza delle vittime.

Già sentiamo la Natura sussurrare, oggi, qui, nel silenzioso frastuono delle coscienze, un'invocazione che ci atterrisce e insieme ci consola: «Buttateli giù a palate e lasciatemi lavorare -/ Io sono l'erba, io li copro tutti». E siamo già, noi con loro, lì sotto, un'altra volta, l'ultima, prima della resurrezione ecumenica che chiamiamo Memoria. Con Luca (e la sua compagna di scuola e d'eternità e la loro creatura), con Alice (e la sua mamma e il suo sms diventato una lapide), con Vittorio (e i suoi progetti da ingegnere), con Alessandra (e la sua musica)... Loro che tendono le mani e abbracciano stupiti la terra che attende d'essere irrorata dalla pioggia del perdono, dalla primavera che testimonia un altro giro della ruota. Molti di loro, ragazzi come noi, studiavano, generosamente offrendo un credito illimitato a una vita migliore, ma in fondo sempre traditrice. Molti, anziani come noi, della vita avevano già colto la gran parte. A molti, ancora, e sono i bimbi due volte battezzati dall'innocenza, è mancato il tempo di pensarla, la vita. Lei, anzi, li stava cullando nel cuore della notte, quando all'improvviso la prese il raptus assassino della madre degenere.

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Ritroviamo, intatti, l'Amore, il Lavoro, lo Sport, l'Arte che ci guardano attoniti con i volti rigati di pianto. E le canzoni ancora da cantare, e le pappe ancora da preparare, e gli articoli ancora da scrivere, e le veglie e i risvegli, i caffè e il vino, le rose e i litigi, i tramonti e l'orgogliosa consapevolezza inconfessata di essere alla fine soli, unici, indifesi. Noi siamo qui, presenti e lontani, fra le bare e i passi lenti, gli occhi rossi, i singhiozzi. Un pallone vola e finisce in gol, un martello colpisce la suola della scarpa, una pentola cade sul pavimento in cucina, un libretto universitario accoglie un altro voto, una zappa va su e giù nell'orto, la portiera di un'auto si chiude. Tutto questo accade come sempre, mentre intorno, qui e ora, sembra impossibile.

Ma è così che funziona, il meccanismo astruso che ci accoglie, così rotola nello spazio e nel tempo la sfera che imita, con la struggente inadeguatezza terrena, le sfere celesti. Non sarà un terremoto, non saranno i brividi sulla schiena del mondo, a farci dimenticare il nostro destino, a separare noi da loro. «Questa quieta polvere era signore e signori,/ ragazzi e ragazze;/ era riso, abilità, sospiri,/ e vestiti e riccioli ». Forse un giorno diremo così, parlando incautamente al passato senza renderci conto d'esser facili profeti. Ma oggi è presto. Oggi, noi con loro, siamo soltanto alla prima pagina del «mistico volume del mondo». Loro già sanno come si fa a leggerlo a rovescio. Loro hanno capito che lo Spoon River è un fiume inarrestabile. Noi dobbiamo ancora imparare a nuotare nell'acqua che ci farà risorgere.