Allarme rabbia a Nordest E in Veneto arriva il vaccino obbligatorio

PERICOLO La malattia è ancora letale e causa una terribile agonia: bisogna intervenire

Sta rialzando la cresta e questa non è l'influenza, ma porta un nome molto più sinistro che ai nostri vecchi e a chi si è trovato a vivere nelle zone dove è presente, insinua un sottile brivido che percorre la schiena. È la rabbia.
Si tratta di una malattia virale che, pur non colpendo in modo epidemico, è spesso letale e in modo atroce. Gli stessi colleghi di colui che la sconfisse, Louis Pasteur, non capivano bene questa sua ostinazione nel volere studiare una malattia certamente mortale, ma che, alla fin fine, causava allora un centinaio di morti l'anno in tutta la Francia. La spiegazione sta nel fatto che Pasteur vide la morte per rabbia in faccia.
Il giovane scienziato non riuscì mai più a dimenticare l'orrore che vide sui volti dei morti per rabbia, come io non potrò mai dimenticare un documentario, proiettato oltre trent'anni fa dentro un'aula universitaria, che mostrava le immagini di un peruviano durante le ultime ore della sua morte per idrofobia. Gli occhi sbarrati dal terrore, le mani al capo per la cefalea insostenibile, la lingua bianca dentro e fuori per l'arsura, gli spasmi, la bava, il delirio, le urla strazianti, intervallate dal silenzio catatonico. Un tempo chi era morso da un cane ritenuto rabido, spesso si toglieva la vita o si esiliava in un ospedale, lontano dai familiari, per evitare loro di assistere a un'agonia devastante.
Se nelle zone di confine a nord ovest del nostro Paese casi di rabbia si sono sempre manifestati in alcuni animali selvatici, volpi, caprioli e tassi, le campagne di vaccinazione mediante opportune esche hanno portato, nel tempo, alla diminuzione drastica di questi casi, rendendoli sporadici. Negli ultimi mesi invece, il Friuli Venezia Giulia ha visto un'impennata della malattia, soprattutto nelle volpi (anello di congiunzione tra la cosiddetta rabbia silvestre e quella urbana), in territori a ridosso della città di Udine. Stranamente però, dopo una prima ordinanza di metà ottobre, che rendeva obbligatoria la vaccinazione per i cani, questa è stata recentemente ritirata, senza alcuna motivazione se non quella che gira nei corridoi delle Usl. Mancano i soldi per il vaccino. Non si spiegherebbe altrimenti perché chi si reca a Udine con un cane, un gatto o un furetto abbia l'obbligo di farlo vaccinare, mentre gli animali che risiedono a Udine possano farne a meno.
Mentre il Friuli sembra balbettare, il Veneto si mostra molto più deciso. È di pochi giorni fa, dopo decenni di assenza, il primo caso di rabbia in un cane che ha morsicato il proprietario, salvato con la tempestiva vaccinazione post contagio. Rapida riunione e vaccinazione di massa per tutti i cani della provincia di Belluno e divieto di andare a caccia con il cane, anche se vaccinato.
Dato che si tratta di una malattia sempre letale, anche per l'uomo, le decisioni drastiche sono giustificabili. Inoltre ormai siamo in piena stagione turistica invernale. Il consiglio d'oro è di far vaccinare il cane contro la rabbia, anche se abitate lontani dalle zone interessate. Oggi le distanze sono ormai un fatto virtuale. La morte ancora no.