Ma all'economia reale servono aiuti subito

A pochi giorni dal vertice di Washington dei Venti Paesi più industrializzati, c’è il rischio che si insinui in tutti noi la vecchia convinzione che mal comune è mezzo gaudio. Le nuove previsioni del Fondo monetario internazionale parlano, infatti, di un 2009 di recessione per tutti i Paesi avanzati. Dalla Germania (-0,8%) alla Francia (-0,5%), dalla Spagna (-0,7%) alla Gran Bretagna (-1,3%,) per finire agli Stati Uniti (-0,7%), è uno scenario inquietante nel quale l’Italia non sarebbe tra le peggiori con il suo -0,6%. Al di là di previsioni che ci sembrano, per quanto riguarda l’Italia, errate per difetto, il ragionamento in sé è profondamente sbagliato. Una cosa, infatti, è la riduzione della ricchezza prodotta nel prossimo anno in quei Paesi come la Germania e la Spagna cresciuti negli ultimi dieci anni del 2,5-3,5% annui e una cosa è la recessione in un’economia come quella italiana che nello stesso periodo è cresciuta meno della metà. Per dirla in maniera grossolana, una congiuntura sfavorevole penalizza molto di più chi è povero che non chi è ricco. I salari italiani sono da oltre 12 anni inferiori del 20% rispetto a quelli dei maggiori Paesi europei, così come l’incremento della produttività del lavoro è ai livelli più bassi tra i Paesi dell’Eurozona. Insomma, se il cane della recessione morde, come si suol dire, allo straccione procura danni certamente maggiori di quanti ne produrrebbe se mordesse un ricco o un benestante. In tempi difficili si può stringere la cinghia rinunciando al superfluo o a qualcosa in più, ma se il superfluo già non esiste, si cade nella povertà vera. Se il minore indebitamento delle famiglie italiane è oggi una difficoltà in meno (anche se è triplicato negli ultimi anni), non va dimenticato ciò che è avvenuto negli ultimi tre lustri, e cioè un lento scivolare verso la soglia di indigenza di parte rilevante del ceto medio italiano, con la progressiva crescita dell’area della povertà (7,5 milioni di persone, e cioè l’11% della popolazione). Se per gli altri avanza, dunque, il tramonto, noi siamo nel pieno di una notte fonda che sarà ancora più buia dal prossimo anno. Di qui, allora, la nostra pervicace convinzione della necessità di interventi immediati nell’economia reale. Ha ragione Brunetta quando evoca il rischio di misure contingenti che costano molto e producono niente, come la detassazione delle tredicesime, ma è altrettanto giusto non aspettare il Consiglio europeo di dicembre per mettere a punto interventi concreti di tipo strutturale. Il coordinamento a livello europeo di un’azione di sostegno all’economia reale è cosa saggia, ma lo stesso Sarkozy, riflettendo una convinzione comune ai 27 Paesi, ha detto che ciascuno deve attivarsi nello specifico del proprio contesto nazionale. L’Italia è l’unico Paese europeo che chiude l’anno in corso in recessione (-0,2-0,3%) e per le ragioni descritte ha un’urgenza e una vastità di problemi che impongono rapide decisioni. Anche qui va detto con chiarezza che se l’orizzonte a cui bisogna guardare è una nuova politica dell’offerta fatta di innovazione, ricerca, formazione del capitale umano e di maggiore produttività del lavoro, è anche vero che questo è l’obiettivo di medio termine, mentre oggi è tempo di dare una «scudisciata» alla domanda interna fatta di più investimenti privati, più investimenti pubblici e più consumi. Aumentare il reddito disponibile delle famiglie attraverso misure fiscali è utile, naturalmente, ma ancora più utile è l’aumento di occupazione, agevolando gli investimenti privati con misure fiscali a tempo a favore delle imprese e procedure speciali per garantire la speditezza degli investimenti pubblici. Sappiamo che in politica la differenza più che negli obiettivi sta negli strumenti per raggiungerli, ma la nostra sensazione è che oggi la convinzione del presidente del Consiglio e di alcuni suoi ministri che non ci sia più tempo da perdere, non è ancora una convinzione comune all’intera maggioranza e al governo nel suo complesso.