Altro che buonismo imperante, è il conflitto il succo della politica

Alessandro Campi, in un libro intitolato Schmitt, Freund, Miglio: figure e temi del realismo europeo, racconta un episodio interessante: Julien Freund, lavorando alla propria tesi di dottorato, aveva chiesto a Jean Hyppolite di dirigerlo in un lavoro che indagasse le coordinate fondamentali del fenomeno politico (si trattava della bozza della sua ricerca più nota, apparsa poi nel 1965 con il titolo ambizioso di L’essenza della politica). Il celebrato docente accettò, probabilmente senza badare troppo all’impostazione che il giovane studioso intendeva dare alla sua speculazione; ma quando Freund si presentò con i primi scritti, in cui si leggevano affermazioni come tipo «la politica è per sua natura conflittuale, per la stessa ragione per cui non c’è politica senza nemico», Hyppolite dichiarò la sua indisponibilità a seguirlo, adducendo la propria fede socialista come giustificazione. Invitato a cercarsi un altro tutor, Freund lo trovò in Raymond Aron con cui si addottorò brillantemente.
Jacques Rancière, professore emerito di filosofia all’Università Parigi VIII, nonostante sia allievo di Althusser, sembra essere più vicino alla sensibilità di Freund che a quella di Hyppolite. Per lui la politica è una dimensione puramente contingente e priva di fondamento autonomo, tanto che l’espressione «filosofia politica» sarebbe priva di senso; la politica è una necessità concreta perché, come diceva Platone, non c’è alcun ordine sociale in natura e nessuna legge divina è capace di disciplinare gli uomini. Di più, gli umani si sentono uguali, ma è necessario che qualcuno comandi fra loro. Nasce così il «dissenso», anzi Il disaccordo (che è il titolo del suo libro, tradotto in Italia da Meltemi, pagg. 150, euro 16), che secondo Rancière è il sale della politica ben più del suo contrario, il consenso.
La politica ha preso congedo dalla filosofia nel momento in cui ha condannato a morte Socrate. Ma ciò non significa che l’unica soluzione a tale aporìa sia immaginare la categoria platonica del re-filosofo; Rancière dissente pure da Aristotele, per cui l’uomo sarebbe un animale naturalmente politico, perché la politica sta tra gli uomini, nello spazio sociale che questi abitano e al di fuori di loro stessi. La «filosofia politica» presuppone una concezione ancorata alla distinzione fra «coloro che sanno» e «coloro che non sanno», ma non è questo il punto. È invece proprio il disaccordo ad essere fondativo della politica, sia in ordine al suo funzionamento che al suo originario antagonismo con la filosofia.
Quindi la politica è essenzialmente conflitto. Critico nei confronti di ogni «angelismo politico moderno e contemporaneo», come dice l’Introduzione firmata da Beatrice Magni, Rancière si spinge fino a mettere in discussione l'utilità dell’identificazione degli individui con la loro comunità, perché la soggettività politica è il risultato di una dinamica conflittuale che deve vincere la stessa forza di gravità dell’appartenenza comunitaria. Cose non nuove, certo, ma che Rancière ha il merito di dire con un linguaggio aggiornato, scevro da gravami ideologici e calibrato, senza residui, nella sola sfera del «politico».
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