Alunni dimezzati, docenti raddoppiati L’Italia scivola in fondo alle classifiche Ue

La versione ufficiale non è che quadrasse tanto, ma fiatarono in pochi. Era il 1990. Governo e sindacati dicevano che i programmi scolastici erano cambiati, la didattica era stata aggiornata già nell’85, e il vecchio signor Perboni all’improvviso s’era fatto vecchio, impreparato, inadeguato. Il maestro unico del libro Cuore non bastava più. Urgeva affiancarlo, anzi no, sdoppiarlo, meglio se triplicarlo. Chi storse il naso lo fece con furore, il radicale Lorenzo Strik Lievers son vent’anni che si agita, ma invano. Oggi che la riforma del ministro Mariastella Gelmini vuol restituire un’unica figura di riferimento ai bambini delle scuole elementari, chi allora protestò si prende la rivincita.
Così spuntano i dati, a dire che la legge 148 del 1990 altro non fu che un’operazione sindacale a fronte del peggior calo demografico del secolo: fra il 1960 e il 1995, anno in cui la riforma andò a regime, i bambini erano diminuiti da 4 a 2,5 milioni. Ma gli insegnanti, quelli mica si poteva lasciarli a casa per mancanza di materia prima. Così, mentre i nuovi nati non nascevano e le classi si svuotavano, la riforma aumentava del 40 per cento gli organici della scuola elementare. «Quando, da senatore, vidi arrivare la riforma, impallidii - ricorda Strik Lievers, che insegna Storia e didattica all’Università di Milano Bicocca -. C’era l’esigenza di garantire nuovi posti di lavoro. Ma se la pluralità dei docenti, che insegnano cose diverse con metodi diversi, è l’ideale per favorire lo sviluppo della capacità critica di un liceale, per un bambino è drammatico. Quando gli insegnanti vanno d’accordo non sorgono grossi problemi, ma se, come è accaduto spesso, non si riesce a concordare criteri omogenei, il bambino è disorientato».
I risultati della riforma sono sotto gli occhi del resto del mondo. Dice l’Ocse che l’Italia era terza nelle classifiche della scuola, ora è ottava. Non a caso, gli altri Paesi europei si sono ben guardati dall’adottare il geniale «modulo» italiano. Austria, Belgio, Francia, Germania, Inghilterra, Spagna, Portogallo, Grecia, Malta, Svezia, Ungheria e via così scorrendo la carta geografica, il maestro se non è unico è prevalente, cioè responsabile di tutte le materie eccetto alcune specialistiche. E non è che in vent’anni i ministri dell’Istruzione non se ne fossero accorti, di aver creato un mostro. Il primo fu Luigi Berlinguer, non certo un reazionario di destra, che timidamente introdusse la possibilità per gli istituti di organizzarsi in modo diverso, lo chiamò «organico funzionale di istituto». Poi ci provò Letizia Moratti, che inventò il tutor fra i sospetti del sindacato. Persino Beppe Fioroni tolse l’obbligo del team. Di più. Il ministro del governo Prodi, attuale parlamentare del Pd, andò oltre, e stigmatizzò lo spreco economico di tanti maestri per pochi alunni nel suo Libro bianco, annotando che l’enormità della spesa per studente si deve anche «all’organizzazione dell’insegnamento nella scuola elementare».