Amori fatali, crac e scandali Non entrate in quel castello

D’accordo, un castello senza fantasmi ha lo stesso fascino di un supermercato il sabato pomeriggio sotto Natale. Ma a Costigliole d’Asti si sta davvero esagerando. Il gioiello della ridente (ultimamente un po’ meno del solito...) cittadina piemontese, infatti, è in questi giorni fatto oggetto di attenzioni particolari. Il lessico giuridico-pruriginoso, purtroppo, non è fuori luogo. Pare infatti che l’impero di carta, cioè fondato sui libri, di Giuliano Soria, patron del Premio «Grinzane Cavour» ora finito sotto la lente degli inquirenti, avesse una voluminosa appendice fra le possenti mura del maniero medievale. Questioni di vil denaro, naturalmente, questioni di flussi di moneta sonante deviati di soppiatto nell’alveo di una ristrutturazione edilizia diciamo così... piuttosto sbarazzina.
Si sta esagerando, dicevamo, da quelle parti, perché non è né la prima, né la seconda, né la terza volta che fra le severe stanze di cui stiamo parlando non s’avvertono (ahinoi!) i sublimi afrori di nebbiolo e barbera, e arneis e dolcetto, e tajarin al sugo d’arrosto e bolliti misti, e tartufi e formaggio castelmagno e bunet, bensì un unico, univoco e inconfondibile odore: l’odore di bruciato. Perché di scheletri, pardon, di fantasmi nell’armadio, il castello ne conta assai. E la paura che essi incutono, come si sa, è sempre una cattiva consigliera, che si tratti di spionaggio, investimenti pubblici o festeggiamenti per una vittoria.
Dunque, la «maledizione» risale al 1852, anno in cui si celebrarono le nozze fra Virginia Elisabetta Luisa Carlotta Antonietta Teresa Maria Oldoini, insomma, fra un’affascinante e intraprendente signorina e il conte Francesco Verasis Asinari di Costigliole d’Asti e Castiglione Tinella. In successione più o meno rapida (il flashback allora non esisteva) accadde quanto segue: 1) la bella fiorentina diventa un’habitué della corte dei Savoia; 2) quella melliflua volpe di Camillo Benso etc etc, notando il fascino dirompente dell’ormai signora, la spinge in modo molto piemontese, cioè senza darlo a vedere, fra le braccia (ri-pardon, nelle grazie) di Napoleone III, al fine di caldeggiare, e non soltanto nel tepore dell’alcova, l’alleanza franco-sabauda; 3) così fu, tanto che quei galletti dei francesi, gonfiando il petto e alzando la cresta, appoggiarono la partecipazione italiana alla guerra di Crimea; 4) ma poi la povera Virginia cadde in disgrazia: divorzio, riconoscenza zero da parte di Vittorio Emanuele III, nelle more diventato re d’Italia, ritiro solitario a Parigi, morte. Ora, con i se e con i ma non si fa la storia, è vero. Però, proprio a Costigliole d’Asti doveva finire, quella benedetta ragazza?
Ed eccoci alla maledizione numero 2. Molto meno altolocata della prima, molto meno nobile. Anche perché non di sangue blu si trattò, bensì di quel sangue rosso che ci fa quasi tutti sentire vampiri: il vino. Negli anni Settanta del secolo scorso, quando i bugia nen viticoltori si misero in testa di dare una sede all’enoteca regionale, pensarono anche al castello di Costigliole. Ma poi non se ne fece nulla. No enoteca, no party.
A proposito di party. Eccoci arrivati alla maledizione numero 3. E qui non c’è nulla da ridere. Perché, sapete dove festeggiò, nell’89, le 600mila preferenze ottenute alle elezioni europee l’astigiano Giovanni Goria, il più giovane presidente del Consiglio della storia d’Italia? Indovinato, proprio lì, nel castello di Costigliole. E che cosa accadde poco dopo a Goria? Dapprima fu sbatacchiato come un fuscello dal ciclone Mani pulite. Poi s’ammalò gravemente, e morì, a soli 51 anni, nel ’94.
Detto questo, aggiungiamo che Costigliole d’Asti è la più bella cittadina d’Europa, come minimo. Che il suo castello ti lascia a bocca aperta da quanto è meraviglioso e che appena avremo un giorno libero andremo a visitarlo. Da lontano.