Anche Bankitalia dà torto a Prodi: meno tasse per far ripartire l’Italia

Via Nazionale: l’imposta sul reddito va abbassata dell’1%. Il governo ipotizza un intervento già nel &quot;milleproroghe&quot; di martedì, poi frena. <strong><a href="/a.pic1?ID=231897" target="_blank"><font color="#ff6600">Intanto il diesel corre quanto la benzina</font></a></strong>: un litro ora costa 1,327 euro. Il premier si proclama impotente:
troppe speculazioni ma non si può
alleviare il peso per il consumatore, serve una politica europea. Guidi (Confindustria): <a href="/a.pic1?ID=231900" target="_blank"><strong>&quot;Se ci fosse un politico coraggioso ridurrebbe la spesa pubblica&quot;</strong></a>

da Roma

Il calo delle tasse sul lavoro pari all’1% del pil, in particolare un taglio dell’Irpef, avrebbe un impatto positivo sull’economia con una maggiore crescita del pil, un rilancio dei consumi, e persino il calo dell’inflazione. È Bankitalia - in un recentissimo documento realizzato da tre economisti del Servizio studi - a fare il calcolo dei grandi benefici che una riduzione fiscale porterebbe all’economia europea ed italiana.
Benefici che, al contrario, non arriverebbero da un aumento della spesa pubblica di pari entità. Nonostante il continuo aumento della spesa, rileva un secondo documento della nostra banca centrale, ancora il 16% degli italiani si trova sotto la soglia della povertà.
I risultati dello studio su fisco e crescita arrivano infatti alla vigilia del primo incontro, dopodomani, fra governo, sindacati e imprese. Secondo anticipazioni, che il portavoce governativo Silvio Sircana definisce come «assolutamente premature», Palazzo Chigi starebbe studiando un primo alleggerimento fiscale sulle retribuzioni da inserire nel decreto «milleproroghe», finanziato però con un altro aumento delle tasse, quelle sui capital gain, dall’attuale 12,50% al 20%. I deputati dell’Unione si apprestano infatti a chiedere il rinvio in commissione Finanze del disegno di legge delega sul fisco, per inserire un emendamento apposito.
Il centrosinistra sceglie dunque una strada opposta a quella delineata dalla banca centrale: soltanto con la riduzione della pressione fiscale l’economia può riprendersi, e con essa possono ripartire salari e stipendi. Un calo delle tasse sul lavoro pari all’1% del pil - nel caso dell’Italia, circa 15 miliardi di euro - avrebbe immediatamente un effetto spinta sulla crescita di circa lo 0,4%, per poi rimanere stabile a un livello leggermente inferiore (0,32 - 0,37%) per i tre anni successivi. Nel giro di tre mesi dalla riduzione fiscale, i consumi salirebbero di quasi mezzo punto percentuale, e l’inflazione farebbe registrare un calo nel primo trimestre di oltre mezzo punto (0,59%) per poi mantenere un effetto positivo dello 0,54% nell’anno successivo. Positivi anche gli effetti sugli investimenti: +2% dopo i primi tre anni.
«Nell’insieme - sostengono gli economisti di Bankitalia - gli effetti espansivi di riduzioni delle aliquote fiscali risultano essere più persistenti rispetto a quelli che deriverebbero da aumenti di spesa pubblica». Gli stessi 15 miliardi di euro, ma di maggiore spesa, avrebbero infatti un impatto molto limitato: la maggior crescita nel primo anno varierebbe fra un minimo dello 0,05% e un massimo dello 0,2%, ma dal secondo anno l’effetto sarebbe nullo. Inoltre si verificherebbero un calo degli investimenti e un aumento dell’inflazione. Insomma, la strada scelta dal governo, quella della spesa finanziata con l’aumento della pressione fiscale, appare la meno indicata per far crescere l’economia. Più volte il governatore Mario Draghi ha espresso pubblicamente la sua preferenza per la strada opposta: meno spese, e di conseguenza meno tasse. Il 19 gennaio Draghi interverrà all’assemblea annuale del Forex, a Bari. Vedremo se - a negoziato sociale in corso - vorrà confermare la sua ricetta.
L’attesa nel Paese per gli interventi a favore di salari e stipendi è molto alta, e Romano Prodi non può pensare di cavarsela anche stavolta soltanto con le parole. L’idea - che emerge in queste ore - quella di finanziare l’eventuale limatura delle tasse sul lavoro con un parallelo aumento del prelievo sulle rendite finanziarie - è però molto pericolosa. Il Tesoro sta già pagando interessi più elevati sul debito a causa del rialzo dei tassi, e un aumento del prelievo su Bot e altri titoli pubblici non farebbe altro che imporre un rialzo dei rendimenti. Si rischia una partita di giro.
Inoltre, l’aumento dei prezzi che si sta verificando in questi mesi - concentrato su beni primari, come alimentari, trasporti, luce e riscaldamento - rischia di spingere molte famiglie sotto al soglia della povertà. Il secondo studio di Bankitalia valuta che quasi il 16% degli italiani si trovi in condizioni di indigenza secondo i parametri dell’Ocse (spesa per consumi inferiore al 50% della media nazionale). Il disagio è concentrato nel Mezzogiorno, dove si trovano due poveri su tre. Tra i fattori che provocano l’indigenza Bankitalia individua, in particolare, il basso livello di istruzione: e questo vale al Sud come nel resto d’Italia.