Anche i gatti si deprimono Colpa dei guai di famiglia

Chi fa il veterinario e si occupa di animali d’affezione, è abituato a sentirsi dire, dai proprietari, le cose più strane e impensabili (specie per chi, animali non possiede).
«Dottore, le assicuro che il mio cane parla». «Non lo dico a nessuno - sguardo furtivo in sala da visita - ma le garantisco che il mio gatto capisce almeno venti parole».
Guai a contraddire questi proprietari. Sarebbe come se il pediatra, di fronte alla madre certissima che i suoi due gemelli sono dei geni, le desse commiato facendole notare che, a quattro anni, di solito i bambini dicono «mamma» e non gattonano più.
Attenzione però, se esistono effettivamente delle antropomorfizzazioni troppo spinte, nei confronti di Fido e Silvestro, chi pensa che cani, gatti e compagnia siano ben lontani dal provare le nostre stesse emozioni, commette un errore altrettanto grave. Proprio ieri, Barbara J. King, biologa e antropologa della Virginia, ha scritto un articolo dal titolo suggestivo: «Do non human animals grieve?» (Gli animali non primati possono rattristarsi?). «La mia risposta è sì», anticipa Barbara.
Se si mettono assieme l’osservazione diretta del comportamento, la logica evoluzionistica e la letteratura esistente, ci si deve convincere che un animale prova un profondo dolore emotivo quando un altro animale e muore. Certamente questo non accade per tutte le specie. Se questa emozione venisse riconosciuta in ragni e lumache, ci sarebbe di che rimanere attoniti, ma se escludiamo elefanti, scimmie e cetacei, per i quali ci sono già ampie dimostrazioni, può darsi che i nostri studi ci portino alla convinzione che un numero insospettabile di mammiferi conosca la sofferenza mentale.
L'autrice si chiede, prima di tutto, se la sua frequentazione con i gatti di proprietà, quelli liberi in giardino e quelli che sfama nella vicina colonia felina, possano interferire con l'evidenza scientifica. Per superare questo intoppo Barbara ricorre al racconto di un aneddoto. Si tratta di Willa e Carson, due sorelle Siamesi, vissute per 14 anni a casa di amici. Il loro profondo legame era evidente: mangiavano e dormivano assieme, si leccavano il mantello a vicenda e condividevano un sacco di posti caldi nella casa. Un giorno Carson si ammala gravemente e muore durante il ricovero in clinica. Il primo giorno Willa appare quasi arrabbiata, ma nei giorni successivi, il suo comportamento cambia. «Emetteva versi che mi ricordavano i canti funebri irlandesi» affermano i proprietari «e il suo atteggiamento era chiaramente di continua ricerca della sorella».
Barbara medita su quanto le raccontano, avendo bene in mente che, al di fuori di scimmie, cetacei ed elefanti, l’attribuzione del dolore per chi è defunto è molto controversa, in quanto ammette la memoria dell’individuo che si è perduto. Poteva Willa «fregarla» mutuando qualche atteggiamento dei proprietari addolorati per la morte di Carson o risentendo del cambio di routine giornaliera?
«È stata la stessa Willa a convincermi che la sua tristezza era la giusta spiegazione del comportamento» afferma Barbara. Willa cercava continuamente gli stessi posti condivisi con Carson e, trovandolo assente, emetteva gemiti che lasciavano pochi dubbi all’interpretazione e che non aveva mai emesso quando la sua sorella era in vita. E allora io sostengo che è appropriato attribuire amore al legame tra Willa e Carson e dolore mentale a Willa dopo la sua scomparsa. Chi ha convissuto e amato veramente questi animali, può dubitare di quanto io penso».
Io non ne dubito, anzi sono sicuro che hai ragione, Barbara.