Anche l’arte è un azzardo Parola di pittore biscazziere

Fu il grande teorico del Surrealismo, André Breton, a segnare la vita di un giovane pittore italiano in cerca di fortuna a Parigi. Un giorno di dicembre del 1961 il venticinquenne fiorentino Giovanni Bruzzi bussa alla sua porta in Rue Fontaine 42 con un piccolo quadro sotto il braccio. Lo scrittore lo riceve nella sua modesta casa strapiena di capolavori, gli offre una frittata con cipolle, si complimenta per le sue prove, ma gli dice che per altri quindici anni avrebbe fatto la fame. Uno choc per Bruzzi, che per sopravvivere passava le notti in bianco nei night club facendo il «finto cliente» al Narcisse, al Tabou, al Venus Jockey. Aveva appena tenuto un’insperata personale alla Galerie du Foyer des Artistes, diretta dal famoso fotografo Marc Vaux, e non gli andava né di rinunciare al lavoro di pittore né di morire di fame.
Che fare? Seguire i consigli di Breton, che gli prospettava vite alternative, dal puttaniere al gigolò? Così il ragazzo, tornato in Italia qualche anno dopo, divenne biscazziere. Bruzzi ripercorre ora quegli anni nel suo studio fiorentino di Via Varchi 44, pochi locali strapieni di quadri, bambole, burattini, libri, colori, pennelli. Tutto ordinato, come la sua persona, signore settantenne dalle lunghe basette bianco-grigio, l’occhio fermo e duro, in cui si leggono ancora «stangate», «tout-va al baccarat», «filotti avvelenati». «Lo scriva che anche oggi chi fa il pittore sul serio comincia a guadagnare qualcosa solo a cinquant’anni, se va bene».
Giacca a quadri azzurri, lunga sciarpa a righe multicolori, Bruzzi è uno strano incrocio fra l’artista, il gentiluomo e l’ex uomo della mala. Una vita, la sua, che affascina per il doppio volto di pittore e di gestore di bische clandestine, senza incroci, in parallelo. Lo stesso nome e due persone, l’artista metafisico e del realismo magico e il Professore della gang, come lo chiamavano, perché incensurato, che «mette in mutande e stanga» politici e ricchi borghesi. Un’esistenza da romanzo, che sarà il soggetto di un film negli Stati Uniti dal titolo Swindle (Imbroglio, uscirà tra fine 2012 e inizio 2013), prodotto da Michael Tadross jr, Phil Ferrara e Eric Bassett. Bruzzi ne ha steso la sceneggiatura, insieme allo scrittore Lance Lane, traendola dal suo libro autobiografico Professione biscazziere, giunto nel 2010 alla terza edizione (Alcuna Editrice). E ha un fondamentale ruolo di consulente per tutta la pellicola, che riguarderà la sua vita avventurosa negli anni ’60-65. Dal soggiorno parigino all’ingresso nel mondo del gioco d’azzardo clandestino nel luglio del 1962, nella più importante gang del settore. Sino alla società, alla pari, con il super-baro francese Albert il Marsigliese. Con lui ha gestito, nell’estate del ’65, a Chianciano Terme, il «tout-va al baccarà» più devastante mai avvenuto in Italia. «Fregammo industriali, imprenditori dell’alta finanza, tutti...» racconta divertito e nostalgico.
È il terzo film sceneggiato da Bruzzi, dopo Regalo di Natale e La rivincita di Natale, diretti da Pupi Avati, autentici cult-movie. Ne è entusiasta. «Sarà un grande film, con tutta la gang, boss, baro, buttafuori, e naturalmente io, il Professore. Ci saranno le mie vicende parigine, le donne, personaggi come Joe Adonis, il gangster italo-americano residente a Milano, il padrino dell’epoca». E ancora scene drammatiche, con centinaia di persone ai tavoli da gioco e irruzioni della polizia. Ci sarà Renis, il boss, che gli insegnò tutto, standogli vicino per molti anni, dal ’62 al 1981, quando l’avventura delle bische finì e il gruppo si sciolse. Perché? «S’era infilata una gang di Palermo, un’altra tradizione rispetto alla nostra toscana. C’erano stati morti, si rischiava la vita. Così abbiamo chiuso». Da allora, la retta via? «Per forza».
I ricordi giungono a fiotti. E la pittura? Torna serio e pensoso. «Ho sempre continuato a dipingere». Estrae da uno scaffale una serie di cataloghi che raccontano la sua lunga storia di pittore, con oltre cento mostre che gli hanno valso nel 2006 il titolo di Cavaliere della Repubblica. Una pittura nitida, pulita, che parte dagli insegnamenti accademici di un bravo maestro toscano per liberarsi di ogni fardello a Parigi, dove rimane affascinato dai grandi del Sette e Ottocento, David, Ingres, e poi nel Novecento da Broglio, Delvaux, Magritte. Ritratti, nature morte, qualche paesaggio come I tetti di Parigi, gladiatori, manichini, rinoceronti, vecchie insegne parigine, manifesti.
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