Anche le paure hanno i loro luoghi comuni

Stefania Vitulli

Che ci sentiamo minacciati è una certezza. I media snocciolano dati sempre più aggiornati su terrorismo, instabilità internazionale, violenza metropolitana, epidemie e pandemie, incidenti aerei e ferroviari e così va a finire che siamo più informati su quanti indonesiani muoiono per influenza aviaria che non su quanti italiani vengano colpiti in modo letale da un normale raffreddore. Secondo l’autorevole settimanale americano Time, la nostra percezione del rischio è talmente erronea che viviamo circondati da pericoli cui a volte non badiamo per ignoranza e altre volte «preferiamo» ignorare.
In una lunga inchiesta che si basa sulle più recenti acquisizioni della psicologia del rischio, il numero di Time di questa settimana ci rivela in sostanza che un tranquillo impiegato d’ufficio che nei weekend si dedica a qualche lavoretto in casa e un campione di paracadutismo corrono, su rigorosa base statistica, gli stessi rischi, da quando si alzano la mattina a quando danno la buonanotte ai propri cari. Tutti e due infatti rischiano di cadere dal letto (600 americani muoiono così ogni anno), di avere un infarto mattutino, di precipitare dalle scale o di strozzarsi con un pezzetto di pane, per non dire dell’infido asfalto sdrucciolevole, dei freni difettosi del taxi o dell’intossicazione da cibo scaduto.
Eppure di tutto ciò ci preoccupiamo ben poco e men che meno percepiamo le suddette «disgrazie» come minacce incombenti. Concediamo invece l’intera nostra riserva di ansia, paura, disagio e a volte puro terrore alle pandemie, all’Aids, alla mucca pazza, al post 11 settembre, ai batteri (siamo circondati da saponi e detergenti antibatterici, filtri per l’aria e l’acqua, ionizzatori. Un tempo i contaminanti si misuravano in parti per milione, ora in parti per miliardo). Poco importa che ne uccida di più il colesterolo. Poco importa che la vera spada di Damocle per molti possa essere l’ereditarietà di alcune malattie che, se prevenuta, può salvarci la vita. Fumiamo, guidiamo senza cinture di sicurezza e siamo sovrappeso o addirittura obesi perché mangiamo troppo. Costruiamo case in zone ad alto rischio sismico o di catastrofe naturale e quando sono state abbattute dal terremoto, da un’inondazione o da un uragano, se possibile le ricostruiamo nello stesso punto. Siamo insomma l’unica specie animale che possiede il concetto di rischio e che sa calcolarlo, ma che sembra distrarsi caparbiamente dai risultati concreti. Perché? Secondo la psicologia del rischio, e gli esperti intervistati da Time, tendiamo a ignorare il fattore statistico anche quando è schiacciante e siamo spesso incapaci di comparare rischio reale e rischio percepito. I dati ci dicono che lo sci acrobatico è più rischioso dei pesticidi? Ecco che impediamo ai nostri figli di esibirsi nello sci acrobatico. E trascuriamo completamente di difenderci dai pesticidi.
La causa principale per cui di fronte al pericolo il nostro cervello si rivela incapace di ragionare secondo logica è che si tratta ancora di un cervello preistorico e inadeguato ai tempi moderni. L’amigdala, quella parte che controlla e scatena le emozioni, presiede anche alla memoria emotiva e perciò è ancora programmata per le ancestrali paure dell’ambiente libero e selvaggio pieno di predatori. Il sistema nervoso si evolve alla velocità di un bradipo e pare che deprogrammare l’amigdala richieda un tempo incalcolabile.
Più che sulla reazione meccanica al rischio, è dunque meglio agire sui cinque fattori destabilizzanti individuati dalle recenti ricerche psicologiche, che si basano sul pensiero razionale. Il «fattore minaccia», che ci spinge a considerare più pericolosi gli eventi che ci procurano sofferenza prolungata: la malattia ci spaventa più dell’incidente, l’Aids più dell’infarto (che invece colpisce in misura cinquanta volte maggiore); il «fattore ignoto», che ci porta a vedere un rischio maggiore in ciò che non conosciamo; il «fattore abitudine», che ci fa dimenticare alla svelta ciò che accade una volta ogni tanto - catastrofi, attentati, epidemie - è positivo perché in parte annulla il terrore irrazionale dell’ignoto, ma si rivela fatale sulle piccole cose, come il suono dell’antifurto dell’auto o le intossicazioni alimentari; il «fattore controllo», che ci illude di correre meno rischi quando abbiamo la situazione in pugno, come nel caso della guida personale di mezzi di trasporto. E infine il «fattore piacere», che si rivela vincente quanto più le conseguenze del rischio sono lontane nel tempo (il piacere immediato di una sigaretta o di una fetta di torta rende qualsiasi pericolo per la salute un fastidioso miraggio) o che addirittura si identifica con il rischio stesso: montagne russe, pesca subacquea, paracadutismo, bungee jumping sono solo alcuni esempi di pericolo seduttivo.
Si può guarire da questa ignoranza cronica del vero pericolo? Alcuni psicologi suggeriscono di imparare a consultare le statistiche, altri di adattarle al proprio caso, altri ancora lamentano una componente ereditaria del 60% nella valutazione del rischio. Insomma, chissà per quanto ancora continueremo a lamentarci del riscaldamento globale mentre giriamo a manetta la manopola del condizionatore.