ANCHE LA SICILIA MERITA UNA SCUOLA

Adesso va di moda dire che il ministro Gelmini è razzista. Quando non si hanno più argomenti, spunta sempre il razzismo. Anche un po’ il fascismo, quello non tramonta mai, come il doppiopetto blu. Ma il razzismo è il vero tormentone dell’estate, l’epiteto cult, l’hit del momento nella parade dell’insolenza. Cerchi di mettere ordine nei campi rom? Sei razzista. Cerchi di fare il federalismo? Sei razzista. Elogi gli atleti veneti che vincono medaglie alle Olimpiadi? Sei razzista. E, di conseguenza, anche se cerchi di cambiare la scuola, inevitabilmente, finisci per essere un po’ razzista. Così, senza un vero motivo. O meglio, per lo stesso motivo per cui un anno si vestono tutti d'arancione e l'anno dopo tutti di lillà. C’est chic.
Del resto, che ci volete fare? D’istruzione se ne vede sempre meno, distruzione invece sempre di più. E un ministro che prova a mettere fine a quarant’anni di lassismo e perdonismo post sessantottino, si capisce, dà fastidio a molti. Soprattutto a quelli che in quel mare nero hanno sguazzato per anni: sindacati parassiti, professori fancazzisti, bidelli nullafacenti, studenti asini etc. Per questo motivo temo che di attacchi alla Gelmini dovremo aspettarcene molti, nei prossimi mesi. Ed è un peccato: perché la furia con cui si difendono i privilegi impedisce di vedere i problemi. Presupposto essenziale, come si sa, per cercare di risolverli.
A proposito del Sud, per esempio, l’onda di reazioni scomposte che ha travolto il ministro Gelmini, ha finito per oscurare il tema che lei cercava di sollevare e che davvero dovrebbe essere, nell’interesse di tutti, al centro del dibattito. E cioè lo sfascio della scuola meridionale. Lo sfascio della scuola meridionale, si badi bene, non solo non è un’opinione razzista: non è nemmeno un’opinione. È un dato di fatto. Certificato, fra l’altro, da tutte le ricerche internazionali, a cominciare dal sempre citato rapporto Ocse-Pisa del 2006, quello che colloca gli studenti italiani al 36° posto su 57 Paesi per cultura scientifica, al 38° per competenze in matematica e al 33° per competenze in lettura, rivelando che uno studente italiano su tre non sa leggere un grafico o convertire una moneta, quattro su dieci si impappinano nella lettura di un testo discontinuo e sei su dieci non riescono a spiegare da che cosa dipenda l’alternarsi del giorno e della notte.
Queste brillanti posizioni, infatti, sono il risultato di una media nazionale impietosa fra i ragazzi veneti e lombardi (che sono ben al di sopra del livello internazionale) e quelli del Mezzogiorno (che vagolano nei bassifondi delle classifiche dietro serbi, turchi e uruguagi). Tanto per dire: i quindicenni giuliani e friulani sono secondi al mondo in scienze, dopo i finlandesi, e terzi in matematica, dopo finlandesi e canadesi. Al contrario i siciliani sono tra i più ignoranti del pianeta: fatta una scala da sei (i più bravi) a uno (i più asini) quelli che si collocano al gradino più basso o addirittura al di sotto sono il 42 per cento. Il doppio della media Ocse. Il quadruplo dell’Azerbaigian.
E di chi è la colpa se nelle scuole del Sud si allevano generazioni di studenti asini, convinti che l’Italia sia bagnata solo da due mari (mar Tirreno e Marsala), che il Monviso sia sulle Alpi Cozze (magari in compagnia delle Alpi Vongole) e che Philadelphia sia la capitale del formaggio Kraft? Del destino cinico baro? Del razzismo del ministro Gelmini? O piuttosto: non ci sarà anche qualche responsabilità degli insegnanti? Certo: nel Mezzogiorno le strutture sono fatiscenti, i laboratori non esistono, i soffitti delle aule sembrano fatti con la torta sbrisolona tanto facilmente vengono giù. C’è un problema di edilizia, c’è un problema di contesto sociale e magari anche di motivazioni. Ma è possibile che gli insegnanti non si sentano chiamati in causa? Possibile che non abbiano nessuna responsabilità?
Mezzo secolo fa, nel 1951-52, la percentuale di bocciati alla maturità in Italia fu pari al 28,4 per cento. Oggi (dato 2006) è del 2,8 per cento. Dieci volte di meno. Vi pare bassa? Ebbene, in Sicilia è ancora più bassa: l’1,3 per cento, oltre venti volte in meno rispetto alla media nazionale di cinquant’anni fa. E nella provincia di Enna e Messina scende addirittura allo 0,9 per cento. È mai possibile? Il rapporto Ocse-Pisa dice che gli studenti siciliani sono abissalmente ignoranti, il quadruplo dei loro coetanei caucasici dell’Azerbaigian, eppure i loro professori non se ne accorgono. Li considerano sufficientemente preparati. E li promuovono in massa. Ma sì, avanti tutti, compresi quelli che pensano che in Turchia si parli il turchese e che il padre della teoria dell’evoluzionismo sia Ciao Darwin. Sì, Ciao Darwin. E Bonolis è l’anello mancante.
È sbagliato interrogarsi su questi risultati? È sbagliato interrogarsi sulla qualità di questo insegnamento? È razzista? In questi anni abbiamo riempito le regioni meridionali di professori: molti si sono fatti assumere al Nord e poi hanno chiesto trasferimento a casa. Risultato: una sproporzione notevole, tutta a vantaggio del Meridione. Al Nord Ovest c’è il 26 per cento degli abitanti e il 22 per cento degli insegnanti, al Nord Est il 18 per cento degli abitanti e il 14 per cento degli insegnanti, al Sud invece c’è il 24,5 per cento degli abitanti e il 30 per cento degli insegnanti. È troppo chiedere che, con tutto questo spiegamento di forze, si formino studenti capaci di distinguere i chierici dagli abitanti di Chieri e i posteri dai postini? È troppo chiedere che, in queste scuole sovraffollate di prof, non escano più diplomati convinti che Tiepolo sia il fratello di Pisolo e Mammolo? È troppo? O è razzista? Perché continuare a intonare questo mantra alla moda? Non sarà nell’interesse di chi non vuole assumersi le proprie responsabilità? E, soprattutto, non sarà nell’interesse di chi non vuole cambiare questa scuola che cade a pezzi? E se la scuola non cambia, chi ne viene più danneggiato? I ragazzi del Friuli Venezia-Giulia, che già oggi sono molto più preparati dei loro coetanei di tutto il mondo, o i siciliani che erano, sono e rischiano di restare quattro volte più ignoranti dei colleghi dell’Azerbaigian?
Mario Giordano