ANDATE TUTTI A DETROIT

Sindacato in concerto, ma la vera festa dei lavoratori è in America, dove la Fiat chiude l'accordo con Chrysler, Negli Usa i rappresentanti del settore auto rinunciano agli scioperi fino al 2015 e a 19 dollari l'ora per salvare le fabbriche. In Italia la Cgil di Epifani rifiuta qualsiasi accordo

AAndate tuttia Detroit. Cari sindacalisti, amici epifani, bandiere rosse e lotta dura per quel che resta senza paura: se volete davvero festeggiare il lavoro, fatevi un viaggetto laggiù dalle parti del vostro Obama, che tanto amate (forse perché poco conoscete): scoprirete dov'è la vera festa del lavoro. E scoprirete come di colpo, oggi, appaiano vecchi i vostri cortei, le vostre marcette, l'inevitabile intervento del compagno segretario che ribadisce la «centralità dell'occupazione», e avanti popolo naturalmente con «musica e solidarietà». A Milano, per darsi un piglio da terzo millennio, una manifestazione è stata ribattezzata «Euromayday», a Roma annunciano che sul palco arriva la realtà virtuale.

Tutto inutile. La sostanza, oggi, è evidente: voi siete rimasti al solito concertone. E gli altri, ve le suonano. Il lavoro oggi lo difende Marchionne. Il lavoro lo difende l'amministratore delegato dell' impossibile, l'uomo che ha trasformato Pomigliano d'Arco in un sogno americano e Mirafiori in un film di James Dean. L'America era Atlantide, ora lo è Cassino, agli eroi di Fort Apache si sostituiscono quelli di Fort Lingotto. Gunga-Din e Ringo, ma soprattutto Sergio d'Abruzzo. C'è un pezzo d'Italia che salva l'industria mondiale, c'è un pezzod'Italia che ha già un piede dentro il futuro mentre le nostre piazze s'immergono negli slogan del passato: «Lavoro, legalità,democrazia» (Bologna), «Più pace e più diritti in Medio Oriente» (Rovereto), «La musica per i diritti civili »(Vibo Valentia), «Per vincere la crisi» e «Per il lavoro senza se e senza ma» (Torino) fino all'immancabile «Rilanciare il Mezzogiorno» (Napoli).

Vasco Rossi a parte, sempre la stessa musica, insomma. Chissà se qualcuno ha spiegato ai nostri amici che marciano per il Medio Oriente e per i diritti civili, naturalmente senza se e senza ma e rilanciando il Mezzogiorno, quello che sta capitando nel mondo sognante e misterioso di Paperino. Non è roba da Walt Disney, però. Tanto per dire: fra le altre cose i sindacati americani hanno siglato un accordo che impedisce loro di scioperare fino al 2015. E hanno accettato un taglio di salari di 19 dollari l'ora (nota bene: l'ora). Ma voi ve lo immaginate il nostro amico Epifani che per salvare un' azienda rinuncia al diritto di sciopero fino al 2015? Ma voi ve l'immaginate lotta dura senza paura che si astiene dal fermare treni e autobus anche solo per qualche settimana consecutiva?

Piuttosto rinuncia alla suite deluxe, lui che è abituato a bruciare in due notti in hotel lo stipendio mensile di un operaio... Si badi bene: l'accordo è stato siglato dall'ala più dura del sindacato americano. Di fatto, la Fiom d'Oltreoceano. E questo ci mette di fronte a un paragone imbarazzante: perché se anche da noi c'è una parte di sindacato ragionevole e collaborativa, l'ala dura è quella che dice no a tutto. Dice no al nuovo modello contrattuale, dice no all'accordo sul pubblico impiego. Dice no persino a un imprenditore (Della Valle) che vuol mettere 1400 euro in più in busta paga ai suoi dipendenti, perché osa stabilire la cifra di testa sua senza concertarla con le rappresentanze confederali.

È il sindacato che mette la propria esistenza davanti alla difesa dei lavoratori, l'ideologia davanti alla soluzione dei problemi. È il sindacato che non fa più il sindacato perché ha trovato che rende meglio starsene lì, accucciato dietro il palco del concertone, per continuare a fare politica. È il sindacato di Epifani che non firma l'accordo sulla pubblica amministrazione e poi si lamenta per iscritto con Berlusconi perché non viene invitato alle riunioni convocate per applicarlo.

È il sindacato, per dire, che scrive con uno dei suoi massimi rappresentanti che il «lavoratore efficiente è una nuova forma di sfruttamento» (per non essere sfruttato, dunque, il lavoratore deve essere necessariamente inefficiente?). È il sindacato che a Marghera fa bloccare la cerimonia di consegna di una nuova nave e a Milano vuole bloccare il buono da 1500 euro per 15mila famiglie povere perché, a suo parere, fra i beneficiari non ci sono abbastanza immigrati. È il sindacato del tanto peggio tanto meglio, dell'invidia sociale, del pauperismo ideologico; è il sindacato che mira a far star tutti peggio, tranne Epifani, s'intende, che lui ha sempre a disposizione la sua suite de luxe nel più bello degli hotel.

Striscioni e Vasco, rossi e Rossi: la festa di piazza San Giovanni per fortuna si fa. Noi l'abbiamo difesa quand'era in dubbio. Noi non la vorremmo vedere abolita. Ma vorremmo che oggi in piazza si festeggiasse anche un lavoro diverso. Il lavoro vero. Quello delle piccole imprese, per esempio. Quello dei lavoratori autonomi. Quello delle partite Iva. Quello di chi anche in questi mesi ha continuato a tenere il Paese in piedi mentre Epifani e soci scandivano gli slogan contro la crisi, salvo poi raddoppiare vigliaccamente le tariffe del patronato per chi ha bisogno d'aiuto.

Vorremmo che dopo il 25 aprile cambiasse anche il Primo Maggio. Ma chissà perché questa volta Franceschini non ha invitato Berlusconi in piazza. Chissà perché. E così il 25 aprile cambia, il Primo Maggio no. Cambia solo a Detroit. Quello che ci troveremo di fronte oggi in Italia, invece, sarà il solito sindacato, l'ultimo grande partito del Novecento, vero residuo di un mondo che va scomparendo. Il sindacato dei pensionati. Il sindacato delle tessere. Il sindacato dei Caf.

I tre porcellini, comeliha chiamati perfidamente D'Alema. La sola Cgil ha un giro d'affari valutato in un miliardo di euro. E, in barba alla Costituzione (a proposito di sacri principi), questi soldi vengono gestiti come alla bocciofila di Carugate: nessun bilancio consolidato, la trasparenza di una capasanta gratinata. Solo i delegati dei tre sindacati (700mila, sei volte più dei carabinieri) costano al Paese un miliardo e 854 milioni di euro l'anno. Sono cifre note, le avremo scritte decine di volte, su queste colonne. Ma continuano ad essere vere. Continuano a non cambiare.

E oggi, guardando a Detroit, ci appaiono ancora più vecchie. Ancora più stantie. Appena sentito l'annuncio ufficiale dell'accordo Fiat Chrysler, Epifani ha commentato: «L'operazione apre una pagina nuova». Che dire? L'ha capito anche lui. Poi ha aggiunto: «Ora è necessario un tavolo di confronto». E qui cominciano a venire i brividi. Perché con chi ci si siede al «tavolo di confronto»? Con il sindacato americano che rinuncia allo sciopero fino al 2015 o con quello italiano che blocca i mezzi pubblici un giorno sì e l'altro no? Con il sindacato che rinuncia a 19 dollari l'ora o quello che mostra il cappio quando all'Alitalia vengono regalati sette anni (sette) di cassa integrazione?

Oggi la festa del lavoro si fa a Detroit. E così, all'improvviso, nel mondo che cambia, ci appare insopportabilmente obsoleto il caravanserraglio dei nuovi lamacarnitibenvenuto che cambiano nome, ma rischiano di restare sempre uguali a se stessi, stanchi sacerdoti di riti ormai svuotati, altoparlanti che ripetono parole inutilie abusate. Oggi è chiaro a tutti: la festa del lavoro non è quella della Cgil, è quella di Marchionne. Voi tenetevi l'intero vostro concertone, per la nuova musica basta un accordo.