Angelo, il funambolo del cielo che insegnò a volare alle aquile

Nino Materi

Può un uomo insegnare a volare agli uccelli?
A tanto non aveva pensato Leonardo da Vinci che pure progettò «macchine celesti» che ci permettessero di librarci nell’aria; a tanto non aveva pensato Icaro che pure sfidò i raggi del sole sognando di volteggiare tra le nuvole con ali di cera; a tanto non aveva pensato l’etologo premio Nobel, Konrad Lorenz, che pure aveva elaborato la teoria dell’imprinting.
Un uomo che insegna a volare agli uccelli. A tanto ha pensato invece Angelo D’Arrigo, 45 anni, deltaplanista da Guinness, ma soprattutto il «funambolo dell’estremo» che per il suo viaggio esistenziale aveva scelto le rotte del mondo, anzi le rotte sopra il mondo. Le medesime battute dai suoi amici migratori di cui si sentiva parte e dai quali era stato accolto come un appartenente allo stesso stormo. Del resto con quel nome, Angelo, era come se le ali le avesse sempre avute. Così dagli uccelli Angelo ha prima imparato, poi - conquistata la loro fiducia - è riuscito nell’impresa più incredibile: insegnare alle aquile ciò che il destino gli aveva rubato.
Era accaduto con le aquile Chumi e Gea, si era ripetuto con certe gru siberiane. E loro, aquile e gru orfane della mamma naturale, avevano trovato in lui un «mammo» altrettanto amorevole cui volare accanto fin sopra l’Everest o dal Circolo Polare Artico fino al Mar Caspio. Reimparando così, per semplice, naturale fiducia, una rotta migratoria che gli etologi davano per dimenticata.
D’Arrigo, maestro di sci laureato all’Università dello Sport di Parigi, viveva con moglie e tre figli sulle pendici dell’Etna, non lontano da dove è finito tragicamente quello che era un volo normale, su un aereo piccolo come un giocattolo. Un po’ come se un pilota di Formula Uno morisse guidando in città un’utilitaria. Eppure siamo sicuri che se Angelo avesse potuto scegliere il luogo dove morire, avrebbe scelto proprio il posto dove ieri le sue ali si sono spezzate per sempre: il cielo. È sempre stato questo infatti il suo habitat, quasi a voler smentire chi da lassù ha stabilito che gli uomini «devono» rimanere sulla terra. Angelo apparteneva invece a quella schiatta di tipi temerari decisi a sovvertire le regole, comprese quelle ancestrali. Alla stessa stirpe appartiene Enzo Maiorca che tutti vediamo camminare nella piazza della sua Siracusa, ma che tutti immaginiamo nuotare negli abissi che lo hanno resto simbolo solenne di un mare che sa essere fraterno e patrigno. E proprio nell’incanto della Sicilia Angelo ha trovato la fine in quella che doveva essere la traversata più banale della sua vita. Almeno per uno come lui abituato a imprese ai confini della realtà. Avventure no-limits come quando, quattro anni, fa si alzò il volo con il suo deltaplano dal Circolo Polare Artico e, seguito da uno stormo di gru siberiane, insegnò loro la rotta migratoria che le portò lungo 5.500 chilometri fino in Medio Oriente, sopra l’Iran. Le uova di quelle gru si erano schiuse sotto le ali del suo deltaplano e lui aveva dato da mangiare ai piccoli pulcini con un «becco» artificiale.
Due anni fa, intorno a mezzogiorno del 24 maggio 2004, si alzò invece in volo con l’aquila Gea e dal campo base sfruttò una corrente ascensionale per salire fino a quota 9.000 metri. Giunto in quota, sorvolò l’Everest, con Gea. Con un’altra aquila invece, Nike, sorvolò anni fa tutto il Sahara.
L’anno scorso D’Arrigo aveva raccolto le sue esperienze in un libro dal titolo che era il suo programma di vita: In volo sopra il mondo. In quel libro - «la mia impresa più impegnativa» - D’Arrigo ha raccolto l’insieme delle sue esperienze nei cieli del mondo. Imprese che sono nate da un vero e proprio progetto scientifico, «Metamorphosis», e riguardanti tanto la metamorfosi di un uomo che si trasforma in uccello, quanto quelle di un uccello che impara l’aria da un uomo.
«Metamorfosi per me significa voler crescere - aveva spiegato D’Arrigo -. In tutti i sensi, anche quello scientifico. Per esempio secondo me alla scienza dell’aviazione manca un file: si sa tutto sull’alta o altissima velocità, ma non è ancora stato studiato a fondo il volo a velocità lenta. Ecco, io ho fatto finora tutto ciò che ho fatto affinché la scienza possa utilizzare la mia esperienza per i suoi obiettivi». E diceva: «Gli uccelli mi hanno insegnato cosa significa aleggiare. E io ho imparato. Ho scoperto che il mio era un bisogno, per così dire, ancestrale.
L’ultima grande impresa era stata sfidare i condor volando lungo la Cordigliera delle Ande e sull’Aconcagua, il 31 dicembre scorso, salendo fino ai 7.453 metri della vetta più alta d’America. E in mente aveva, per il 2007, di sorvolare il monte Wilson, nell’Antartide.
Ora, che rimarrà in cielo per sempre, sarà più facile avvistare un Angelo.