Anna di Bisanzio la bimba regina dell’altro mondo

I suoi occhi mirano a Oriente, dove sorge un sole imperiale per lei, virgulto d’Occidente che solca le onde del mare di Marmara. La nave scivola snella sulle onde tranquille del mare interno che racchiude la perla del mondo: Costantinopoli. E i suoi occhi la vedono: le mura eleganti ed invitte, i palazzi abbacinanti d’oro, le cupole immense. Le giungono i cori di saluto del popolo, la salutano squilli di tromba, mentre la flotta si insinua nel Corno d’Oro e i suoi piedi calcano le sacre pietre. È infine a Bisanzio, straniera ammirata e già invidiata, scrutata e giudicata, nonostante i suoi otto anni. Anzi, per i suoi pochi anni, per quel bagliore biondo nei capelli, i modi da svezzare perché siano imperiali. E per la sua bellezza diafana, nonostante l’abbronzatura che il sole le ha tinto sul viso, mentre il rossore le altera per un istante le gote quando incrocia lo sguardo di lui.
I loro occhi si cercano: lui erede dell’imperatore di Bisanzio, lei figlia del re di Francia. Saranno le loro mani, i giochi di scacchi e d’amore a sancire un’unione politica di alto respiro, voluta dal padre di lui, il basileus Manuele Comneno. Perché è nel segno di un filo-occidentalismo inaudito che Agnese di Francia sbarca a Costantinopoli nel 1179. Pedina di un gioco sovrano che traccia il destino dell’Europa, Agnese è chiamata a mutare di nome e di animo, divenendo Anna di Bisanzio. E rarefacendo il francese della sua prima infanzia per modellare le labbra sulle iconiche sillabe del greco imperiale. Ma tutto, in quest’estate radiosa, è promessa di avvenire eminente. Dall’Occidente era giunta, per unire nel suo ventre l’Oriente.
Non sapeva di raggiungere un Impero al tramonto, e non già in una nuova alba. In un anno avrebbe perso il suocero, che tanto l’aveva voluta e protetta. E la morte del vecchio Manuele sarebbe stato il sudario deposto su un sepolcro avido di violenze. In pochi mesi sparirono, inghiottiti da congiure e rivolte, parenti e amici, mentre lei si ritrovava sempre più sola davanti all’ombra nascente di un mostro assetato di sangue: Andronico, l’ultimo dei Comneni, l’uomo che l’avrebbe impalmata e sposata per appropriarsi - ribaltando la prospettiva - di quell’Occidente che Manuele aveva chiamato a sé, e che il nuovo imperatore invece allontanava, e sfidava. L’uomo che aveva indotto il proprio nipote, già marito di lei, a uccidere l’imperatrice-madre - sua madre - e che poi l’aveva eliminato come un sozzo ricordo.
Nel turbine di turpitudini che, tra il 1181 e il 1185, gettarono Bisanzio dalla gloria di Manuele all’abominio della desolazione, si ode un’unica parola di Agnese/Anna, l’unica in presa diretta che la storia ricordi. È un’invocazione di angoscia rivolta a un fantasma notturno: «O Alexie, o Alessio!» chiamò la piccola, tendendo le mani al giovane sposo soffocato nel sonno con una corda d’arco, il corpo inerte smembrato proprio dallo zio e nuovo sposo di lei - dodicenne lei, ultrasessantenne lui - mentre gli ultimi resti del suo Alessio finivano inghiottiti dalle acque che un giorno l’avevano accolta.
Sembra un incubo post-moderno e invece è la realtà storica del perdersi dell’ultimo Impero dei tempi antichi, quella Costantinopoli che della Roma imperiale aveva ereditato lo scettro di caput mundi e che dalla Gerusalemme terrena aveva fatto affluire i tesori del Re dell’Altro mondo: le reliquie della Passione e della Resurrezione, del trionfo sulla morte, anche se un grazioso sacchetto con polvere e cenere faceva parte del corredo imperiale, a ricordare all’uomo imperatore che il tempo umano non è precisamente il tempo dell’eterno.
Su questo fosco e inatteso declino di un’epoca che crolla dal suo interno, riletto attraverso la fragile esistenza di Agnese/Anna, torna oggi un libro finemente levigato per mano di Paolo Cesaretti, L’Impero perduto. Vita di Anna di Bisanzio (Mondadori, pagg. 382, euro 19). Cesaretti tesse un capolavoro di ricostruzione storica, che svela con amore e pudore le fonti del mosaico dei sensi possibili, delle strade intraviste e infine scelte o scartate. Come già nel suo primo lavoro, dedicato alla Teodora moglie imperiale di Giustiniano, Cesaretti sa essere amante e complice delle donne cui dedica un’arte antica e veritiera: la storia, nel suo senso più pieno.